Archivio Cistercensi

L’Ordine Cistercense è un ordine monastico nato a Citeaux, in Borgogna (Francia) nel 1098 e derivato da quello Benedettino.

Robert de MOlesme (1024 - 1111)

L’Ordine nasce per volere di Robert, Abate a Molesme, il quale decide di trasferirsi, con una ventina di compagni, in una località solitaria detta Citeaux (in latino Cistercium da cui il termine di Cistercensi), nei pressi di Digione. In questo luogo solitario il gruppo di monaci decide di vivere la regola di Benedetto (che sembrava essersi troppo allentata ed addolcita) nella sua pienezza ed integrità originale superando il rilassamento morale e religioso dei Cluniacensi (ramo riformato dell’ordine benedettino).

Infatti i Cluniacensi, all’origine,  erano stati anche loro riformatori  in senso restrittivo della Regola di San Benedetto tuttavia col passar degli anni la riforma cluniacense aveva allontanato di molto il lavoro manuale sbilanciando, secondo Roberto, l’equilibrio originario della regola.

Roberto richiamato poco dopo al monastero di Molesme in seguito ad una decisione sinodale, cede il posto di Abate di Citeaux a Sant’Alberico. A quest’ultimo succederà poi, come terzo Abate, Stefano Harding al quale si deve il primo statuto cistercense, la “Charta caritatis”. Successivamente fu l’ingresso in monastero di Bernardo di Fontaines a dare grande impulso all’Ordine.

Abbazia di Clairvaux

Nel biennio 1113-1115 venivano creati altri quattro monasteri: a Clairvaux (Chiaravalle), La Fertè , Pontigny e Morimond. Questi cinque monasteri (abbazie madri) costituirono l’ossatura dell’Ordine e da esse partirono nuove gemmazioni in tutta europa. Alla fine del XII secolo le abbazie cistercensi erano più di 500.

Stefano Harding, santo della chiesa cattolica, nasce nel 1059 a Merriot, paesino nei dintorni di Sherborne, cittadina della contea del Dorset, nell’Inghilterra Meridionale. Nato da una nobile famiglia sassone, in età giovane viene attratto dalla vita monastica. Diventa quindi monaco benedettino presso l’abbazia di Sherborne. Stefano è famoso per essere stato un cofondatore dell’Ordine Cistercense di cui fu terzo abate, dopo Roberto ed Alberico. Di lui si sa che viaggio in Scozia, che studiò a Parigi e che fu pellegrino a Roma.

Stefano Harding (santo) ritratto con in mano l'abbazia di Citeaux.

Nel 1098, dopo avere ottenuta l’approvazione di Ugo, vescovo di Lione, tre monaci benedettini vale a dire Roberto, Alberico e Stefano, con l’aiuto economico del visconte Rinaldo di Beaume e del duca di Borgogna Eudes, decidono di fondare un nuovo monastero. I tre scelgono il sito di Citeaux, località a circa 20 chilometri dalla città di Digione. Siccome le motivazioni adottate erano che la regola di Benedetto non era più rispettata come alle origini, la partenza di Roberto dal monastero di Molesme non passò inosservata. Vi erano soprattutto questioni di immagine per il monsatero di Molesme. Fu così che i monaci di Molesme decisero di rivolgersi al papa Urbano II chiedendogli di intervenire nel merito e di ordinare a Roberto di tornare a Molesme come abate.

Fu così che l’anno seguente (1099) Roberto fu costretto a lasciare Citeaux per tornare definitivamente a Molesme. Per i dieci anni seguente Citeaux fu retta da Alberico. Alla sua morte (1109) fu eletto abate Stefano Harding. Fu Stefano a dotare il monsatero della famosa Charta Caritatis che costituisce uno degli statuti dell’ordine cistercense.

La Cartha Caritatis stabilisce i rapporti tra i diversi monasteri: case-madri e gemmazioni. In questo documento sono fissate le regole comportamentali tra i monasteri e gli abati. Tutti gli abati dovranno riunirsi una volta l’anno a Citeaux.

I monasteri di La Ferté, fondato nel 1113, di Pontigny fondato nel 1114, di Clairvaux, fondato nel 1115 e di Morimond, fondato nel 1115 diventano i capisaldi dell’ordine che, prendendo il nome latino di Citeaux (Cistercium), sarà conosciuto come Ordine Cistercense.

Tra le cose importanti che Stefano riuscì a realizzare va ricordata la riforma dei libri liturgici, la revisione del Graduario, dell’Antifonario e degli Inni. Inoltre fu lui ad imporre la tunica bianca ai nuovi monaci come segno di particolare devozione alla Madonna immacolata e (forse) in contrapposizione al colore scuro del saio dei monaci benedettini cluniacensi.

Stefano, con Alberico e Roberto è uno degli artefici del ritorno alla regola monastica austera. Con questi tre monaci la regola “ora et labora” ritornava ad essere rispettata all alettera, senza sconti. Stefano muore a Citeaux, il 28 marzo 1134 alla veneranda età di 75 anni.

Stemma dell'Ordine Cistercense

Il testo qui riportato della Carta di Carità Anteriore o Charta Caritatis Prior, nella traduzione in lingua italiana dal latino, è stato curato da Padre Goffredo Viti dell’Ordine Cistercense. Esso consta di XI capitoli e termina con un elogio di papa Callisto II datato 23 dicembre 1119. Il testo è attribuito a Stefano Harding, terzo abate di Citeaux.

Il testo si chiama “Carta di Carità”, poiché i padri fondatori dell’Ordine Cistercense, nello statuto, fanno riferimento soltanto a cose attinenti lo spirito vale a dire la salvezza delle anime, il bene e la carità,  rifiutando ogni tipo di esazione. I monaci di Cteaux non sono interessati ad arricchirsi a spese della povertà dei confratelli. A loro interessa solo di potersi occupare a pieno della salute delle anime dei confratelli.
Stefano è chiaramente preoccupato da possibili futuri dissidi od incomprensioni tra abati, monasteri e vescovi. Pertanto la Carta ha il compito di definire regole comportamentali tra le abbazie madri e figlie. Questo comportamento è innovativo in quanto fa riferimento solo ed esclusivamente alle questioni dello spirito ed alla cura delle anime.

La Charta caritatis, è un documento molto importante dell’ordine cistercense. Essa, dopo essere stata approvata da papa Callisto II venne riconfermata da papa Lucio III. Nel secolo XII° si aggiungeranno anche le “Consuetudini” ed infine, nei secoli XIII° e XIV° i “Libelli definitionum”, che potremmo definiore come note esplicative agli statuti dell’ordine.

Vediamo ora l’indice della Carta Caritatis Anterior:

I.          Inizio della carta di Carità. L’abbazia madre non imponga alla abbazia-figlia nessuna tassa sui beni materiali.
II.        La Regola deve essere interpretata ed osservata da tutti allo stesso modo.
III.      Tutti abbiano gli stessi libri liturgici e le stesse consuetudini.
IV.       Statuto generale tra gli abati.
V.         L’abbazia-madre visiti ogni anno l’abbazia-figlia.
VI.       Quale riverenza deve usare l’abbazia-figlia quando visita l’abbazia-madre.
VII.      Il capitolo generale degli abati a Cîteaux.
VIII.    Statuto tra coloro che sono usciti da Cîteaux e quelli che essi hanno fondato; tutti partecipino al capitolo generale e le pene               inflitte agli assenti.
IX.       Gli abati che trasgrediranno la Regola o l’Ordine.
X.        Quale sia la legge tra le abbazie non unite da legami di fondazione.
XI.      Morte ed elezione degli abati.
Il privilegio del Papa Callisto II.

Capitolo primo
Inizio della carta di Carità. L’abbazia madre non imponga alla abbazia-figlia nessuna tassa sui beni materiali.

Poiché noi tutti ci riconosciamo servi, benché inutili, di un unico vero Re, Signore e Maestro, non imponiamo alcuna tassa né sui beni materiali né sulle cose temporali ai nostri abati e monaci confratelli che Dio, nella sua bontà, vorrà riunire in diversi monasteri sotto una stessa disciplina regolare per mezzo di noi che siamo i più indegni degli uomini.

Desiderosi infatti di giovare a loro e a tutti i figli della santa Chiesa, non vogliamo né aggravarli con le imposte, né diminuire le loro risorse, cosicché arricchendoci a spese della loro povertà, noi ci rendiamo colpevoli del vizio dell’avarizia che, secondo l’Apostolo, è una vera idolatria.

Vogliamo però, in virtù della carità, riservarci la cura delle loro anime, affinché, quando cominciassero a deviare, Dio non voglia, anche solo di poco dalla primitiva risoluzione e dall’osservanza della santa Regola, possano, con la nostra sollecitudine, ritornare alla rettitudine di vita.

Capitolo secondo
La Regola deve essere interpretata ed osservata da tutti allo stesso modo

Ora noi vogliamo e comandiamo loro di osservare in tutto la Regola di San Benedetto come è osservata nel Nuovo Monastero.
Essi non mutino il senso nella lettura della santa Regola, ma come la interpretarono e l’osservarono i nostri predecessori, cioè i santi padri, monaci del Nuovo Monastero, ed oggi noi la interpretiamo e la osserviamo, così essi pure la interpretino e l’osservino.

Capitolo terzo
Tutti abbiano gli stessi libri liturgici e le stesse consuetudini

Dal momento che noi accogliamo nel nostro monastero tutti i loro monaci e loro, allo stesso modo, accolgono i nostri nei loro cenobi, ci sembra perciò opportuno, anzi è nostra volontà che le consuetudini, il canto e tutti i libri necessari alle ore canoniche diurne e notturne e alla Messa siano conformi a quelli del Nuovo Monastero, affinché nel nostro modo di agire non ci sia discordanza alcuna, ma viviamo nella stessa carità, con la stessa Regola e con le medesime consuetudini.

Capitolo quarto
Statuto generale tra gli abati

Quando poi l’abate del Nuovo Monastero verrà a far visita a qualcuno di questi monasteri, l’abate del luogo, in segno di sudditanza al monastero di Cîteaux che ne è la madre, gli cederà il posto in tutto. L’abate del Nuovo Monastero (Cîteaux) al suo arrivo prenderà il posto dell’abate visitato e lo conserverà fin quando resterà ospite.
Durante la sua permanenza non mangerà con gli Ospiti, ma nel refettorio con i monaci per mantenere la disciplina, a meno che l’abate del luogo non fosse assente. Tutti gli abati del nostro Ordine, che visiteranno una abbazia da loro fondata, faranno altrettanto.
Nel caso che si incontrassero più abati e l’abate del luogo fosse assente, il primo di loro (in ordine di fondazione) mangi con gli ospiti. Fa eccezione una sola cosa: sarà l’abate del luogo, anche alla presenza dell’abate Maggiore, ad ammettere i suoi novizi alla professione dopo il periodo di prova.
Inoltre l’abate del Nuovo Monastero si guardi bene di non intromettersi nel regolare e disporre dei beni di quel monastero che verrà visitato, contro la volontà dell’abate del luogo e dei monaci. Se poi rileverà che in qualche monastero si verificassero abusi contro le prescrizioni della Regola o contro le disposizioni del nostro Ordine, si preoccuperà di riprenderli caritatevolmente con la collaborazione dell’abate del luogo. Anche se l’abate del luogo fosse assente, correggerà ciononostante gli inconvenienti che avrà scoperto.

Capitolo quinto
L’abbazia-madre visiti ogni anno l’abbazia-figlia

Una volta all’anno l’abate dell’abbazia-madre visiti tutti i monasteri da lui fondati. Se egli visiterà più frequentemente i fratelli, questi se ne rallegrino maggiormente.

Capitolo sesto
Quale riverenza deve usare l’abbazia-figlia quando visita l’abbazia-madre

Allorché qualche abate del nostro Ordine venisse al Nuovo Monastero gli siano resi gli onori dovuti. Occupi lo stallo dell’abate, qualora questi fosse assente, riceva gli ospiti e mangi con loro. Se invece è presente, non faccia nulla di quanto detto, ma mangi nel refettorio comune. Il priore del luogo abbia cura degli affari del monastero.

Capitolo settimo
Il capitolo generale degli abati a Cîteaux

Tutti gli abati di questi monasteri una volta all’anno, nel giorno che avranno concordemente stabilito, si recheranno al Nuovo Monastero. Qui tratteranno della salute delle loro anime e delle loro comunità. Daranno disposizioni circa l’osservanza della santa Regola o (le consuetudini) dell’Ordine, nel caso che ci fosse qualcosa da correggere o da aggiungere, e ristabiliranno tra loro la pace e la carità fraterna.
Se ci fosse qualche abate poco zelante nell’osservanza della Regola o troppo intento agli affari secolari o fosse trovato vizioso in qualche cosa, qui in capitolo sia ripreso caritatevolmente. Colui che è stato richiamato chieda perdono e compia la penitenza che gli sarà ingiunta. Questa riprensione sia fatta esclusivamente dagli abati.
Se poi, per caso, qualche abbazia fosse venuta a trovarsi in estrema povertà, l’abate di quel luogo faccia presente il caso a tutto il capitolo. Allora ciascun abate, acceso dalla più grande carità, si affretti a risollevare l’indigenza di quella abbazia con i beni concessi da Dio a ciascuno, secondo le proprie risorse.

Capitolo ottavo
Statuto tra coloro che sono usciti da Cîteaux e quelli che essi hanno fondato; tutti partecipino al capitolo generale e le pene inflitte agli assenti

Quando poi, grazie a Dio, una delle nostre abbazie avrà preso un tale sviluppo e potrà permettersi una nuova fondazione, i monaci della suddetta abbazia osserveranno tra di loro la stessa costituzione che noi osserviamo tra di noi.
Vogliamo tuttavia e riteniamo per noi che tutti gli abati da tutte le parti vengano al Nuovo Monastero il giorno stabilito concordemente e qui si attengano in tutto alle direttive dell’abate di Cîteaux e al capitolo nel riprendere le manchevolezze e nello stabilire l’osservanza della santa Regola e dell’Ordine. Non ci sia però il capitolo annuale tra loro e quelle abbazie che avranno fondato.
Se poi, talvolta, una malattia o l’ammissione dei novizi alla professione monastica impedisse a qualcuno dei nostri abati di presentarsi il giorno stabilito nel luogo determinato, vi invii in sua vece il proprio priore, il quale abbia cura di giustificare al capitolo l’assenza del proprio abate.
Infine, tutto ciò che sarà stabilito o cambiato lo riferisca, in monastero, al suo abate e ai fratelli. Se qualcuno però, per qualsiasi altro motivo, presumesse di non partecipare al capitolo generale, al successivo capitolo chiederà scusa per l’assenza dell’anno precedente e farà la soddisfazione, per la colpa leggera, per tutto il tempo che il presidente del capitolo lo riterrà opportuno.

Capitolo nono
Gli abati che trasgrediranno la Regola o l’Ordine

Qualora si venisse a sapere che qualche abate disprezza la Regola o il nostro Ordine, oppure che acconsente ai vizi dei fratelli a lui affidati, l’abate del Nuovo Monastero provveda – personalmente o per mezzo del priore della propria abbazia oppure per lettera – ad ammonire fino a quattro volte quella stessa persona affinché si emendi.
Se disprezzasse questi provvedimenti allora l’abate della abbazia-madre si preoccupi di rendere noto il suo errore al vescovo nella cui diocesi si trova (il monastero) e ai chierici della stessa chiesa. Questi mandino a chiamare l’accusato e, discutendo diligentemente la causa con l’abate suddetto, o lo inducano ad emendarsi oppure, se risulterà incorreggibile, lo rimuovano dalla cura pastorale
Se invece il vescovo e i chierici, non dando peso alla trasgressione della santa Regola verificatasi in quel monastero, non volessero correggerlo o deporlo, allora l’abate del Nuovo Monastero e alcuni altri della nostra congregazione che egli porta con sé, si rechino in quel monastero e rimuovano dal suo ufficio il trasgressore della santa Regola. I monaci di quel luogo, alla presenza e con il consiglio degli abati, si eleggano un altro che ne sia degno.
Se poi, l’abate e i monaci del suddetto monastero disprezzassero gli abati che vi si sono recati e non volessero emendarsi neppure per l’autorità di costoro, allora questi abati infliggeranno ai trasgressori la scomunica.
Se in seguito, qualcuno di questi perversi, rinsavendo e volendo evitare la morte della propria anima desiderasse cambiare in meglio la propria vita e venisse ad abitare da sua madre, cioè al Nuovo Monastero, sia accolto come un monaco, figlio di quella abbazia.
Senza questi motivi, e i nostri monaci dovranno fare del tutto per evitarli, noi non riceviamo nessun monaco di queste nostre abbazie a dimorare con noi, senza il consenso del proprio abate ed essi non accolgano i nostri a dimorare da loro. Noi non manderemo i nostri monaci a dimorare nelle altre abbazie, se il loro abate non lo consente, né manderanno i loro nella nostra.
Se poi gli abati delle nostre abbazie vedessero la loro madre, cioè il Nuovo Monastero intiepidirsi nel santo proposito e deviare dalla rettissima via della santa Regola o del nostro Ordine, ammoniscano l’abate del luogo fino a quattro volte perché si corregga. Il provvedimento sia preso dai tre coabati, e cioè di La Ferté, di Pontigny e di Clairvaux, che agiscono in nome di tutti gli altri. Essi compiano con sollecitudine, nei suoi riguardi, tutto quello che abbiamo stabilito di doversi fare per gli altri abati che si allontanassero dalla Regola, eccetto che non saranno loro a sostituirgli un altro nel caso che rassegnasse le dimissioni, né a colpirlo con la scomunica se non vorrà dimettersi. Però, se non accogliesse il loro consiglio, non indugino a rendere noto al Vescovo e ai chierici della Chiesa di Chalon (nella cui diocesi si trova Cîteaux), la sua ostinazione. Chiedano che sia condotto alla loro presenza e, dopo aver discusso l’accusa, o lo restituiscano al suo ufficio emendato in tutto, oppure lo rimuovano dalla cura pastorale in quanto incorreggibile. Una volta allontanato, i fratelli di quel luogo inviino tre o più messaggeri alle abbazie direttamente fondate dal Nuovo Monastero e convochino entro quindici giorni, quanti più abati sarà possibile, e con il loro consiglio e aiuto Si eleggano un nuovo abate, come Dio avrà predisposto. L’abate di La Ferté, nel frattempo, presiederà a quella comunità, finché o questa venga restituita al medesimo pastore, pentito del suo errore con l’aiuto di Dio, oppure sia affidata ad un altro, eletto regolarmente al suo posto.
Se invece il vescovo e i chierici della suddetta città fossero negligenti nel procedere contro il colpevole nel modo in cui abbiamo stabilito, allora tutti gli abati delle abbazie direttamente fondate dal Nuovo Monastero si rechino sul luogo della trasgressione, rimuovano dal suo ufficio lo stesso trasgressore della santa Regola, e subito i monaci di Cîteaux, alla loro presenza e con il loro consiglio, si eleggano l’abate.
Se poi, l’abate colpevole e i suoi monaci non volessero ricevere i nostri abati e obbedire loro, non temano questi di colpirli con la spada della scomunica e separarli dal corpo della Chiesa cattolica.
Se in seguito qualcuno di questi peccatori, finalmente ravvedutosi e desideroso di salvare la propria anima, si rifugiasse in una delle tre abbazie, e cioè a La Ferté, a Pontigny o a Clairvaux, sarà ricevuto come membro e coerede di tale monastero fino a quando verrà restituito, come è giusto, alla propria abbazia una volta avvenuta la riconciliazione. Nel frattempo però, l’annuale capitolo degli abati non si celebrerà nel Nuovo Monastero, ma dove avranno stabilito i tre abati sopra ricordati.

Capitolo decimo
Quale sia la legge tra le abbazie non unite da legami di fondazione

Questa sarà la legge tra le abbazie non unite da legami di fondazione. Ogni abate, in tutti i luoghi del suo monastero dia la precedenza al suo fratello abate che gli farà visita, affinché si adempia la parola: Prevenitevi a vicenda nel rendervi onore.
Se giungessero due o più abati, il più anziano in ordine di fondazione occuperà il posto più ragguardevole. Tutti però, eccetto l’abate del luogo, prenderanno i pasti in refettorio, come abbiamo detto sopra; altrove poi, ovunque dovessero riunirsi manterranno il proprio ordine, secondo la precedenza delle abbazie, in modo che sarà il primo colui la cui abbazia è più antica, a meno che uno di loro non indossi gli abiti liturgici. In questo caso precederà tutti nel coro di sinistra, e svolgerà tutte le cerimonie di primo, anche se fosse il più giovane.
In qualsiasi luogo si raduneranno, si salutino scambievolmente con un inchino.

Capitolo undicesimo
Morte ed elezione degli abati

I fratelli del Nuovo Monastero, alla morte del loro abate inviino, come abbiamo detto sopra, tre o più messaggeri, se lo desiderano, agli altri abati e riuniscano, entro quindici giorni, quanti più abati potranno e con il loro consenso si eleggeranno il pastore che Dio avrà voluto.
Nel frattempo, l’abate di La Ferté, come abbiamo detto sopra per altra circostanza, tenga in tutto il posto dell’abate defunto fino a quando non ne sarà eletto un altro che, con l’aiuto di Dio, prenderà in consegna il monastero e il governo dello stesso luogo.
Anche negli altri monasteri, privati per qualsiasi motivo del proprio pastore, i fratelli di quel luogo, invitino l’abate della abbazia che lo ha fondato e, alla sua presenza e con il suo consiglio, si eleggano come abate uno tra i loro fratelli, o del Nuovo Monastero oppure di un’altra delle nostre abbazie.
Non è lecito infatti ai cistercensi prendersi un abate dalle abbazie che non appartengano all’Ordine o dare ad altri, a questo scopo, i propri monaci. Accolgano invece, senza ritrosie, qualunque persona che i monaci avranno eletto da un monastero qualsiasi del nostro Ordine.

Il privilegio del Papa

Callisto Vescovo, servo dei servi di Dio, ai carissimi figli in Cristo, al venerabile abate Stefano e ai suoi monaci, salute e apostolica benedizione.
Per disposizione della Provvidenza, noi siamo stati promossi al governo della Sede Apostolica allo scopo di accrescere, con l’aiuto di Dio, la religione e di favorire con la nostra autorità tutto ciò che è stato intrapreso nella via della pietà per la salvezza delle anime. Perciò, figli carissimi in Cristo, noi accondiscendiamo alla vostra richiesta con tutta carità e ci felicitiamo con affetto paterno del vostro spirito religioso, confermando con il sigillo della nostra autorità l’opera che voi avete intrapreso. Inoltre, con il consenso e la decisione comune degli abati, dei monaci dei vostri monasteri e dei vescovi nelle cui diocesi si trovano questi monasteri, noi abbiamo stabilito alcuni regolamenti riguardanti l’osservanza della Regola di san Benedetto e qualche altro punto che era necessario determinare nell’interesse dell’Ordine e del monastero di Cîteaux. E voi avete richiesto che, per la concordia del vostro monastero e per la sicurezza dell’osservanza religiosa, fossero confermati dalla Sede Apostolica.
Perciò, congratulandoci del vostro progresso nel Signore, confermiamo con la nostra autorità questi regolamenti e la costituzione; inoltre dichiariamo che questa approvazione sia valida per sempre. Espressamente, in tutti i modi, noi decretiamo che nessuno degli abati possa ricevere i vostri religiosi senza la necessaria autorizzazione.
Se qualche ecclesiastico o secolare fosse tanto temerario da levarsi contro la nostra approvazione e contro i nostri statuti, per l’autorità dei beati apostoli Pietro e Paolo e la nostra, noi lo colpiamo con la scomunica finché non si emenderà, in quanto perturbatore della religione e della pace monastica.
Ma colui che li avrà difesi riceva la grazia e la benedizione di Dio Onnipotente e dei suoi santi Apostoli.
Infine proibiamo a chiunque di ospitare i vostri fratelli conversi o professi.

Io Callisto, Vescovo della Chiesa cattolica, ho confermato.
Callisto II, del 23 dicembre 1119
Fine della Carta di Carità. Amen

Bernard de Clairvaux alias Bernardo di Chiaravalle (1090 - 1153)

Raccontare la vita di San Bernardo non è semplice. Il fatto che fosse un monaco e che ufficialmente risiedesse nel monastero di Clairvaux non ci aiuta in quanto, fatto curioso per un monaco di quel periodo, Bernardo viaggiò moltissimo. Si può dire che nella prima metà del XII° secolo non vi fu questione di rilievo nella vita ecclesiastica della chiesa cattolica romana nella quale non sia stato coinvolto.

Bernardo (o Bernard) è stato un religioso, abate e teologo francese, fondatore della celebre abbazia di Clairvaux e di altri monasteri.

Bernard nasce a Fontaine-lès-Dijon nell’anno 1090. Suo padre, Tescelino il Sauro, era vassallo del Duca Oddone I di Borgogna, mentre la madre Aleth o Aletta, era figlia di Bernard di Monbard, anche egli feudatario del Duca di Borgogna. Bernardo prende il nome del nonno materno, Bernard di Montbard. Si sa che Bernardo aveva sei fratelli, cinque maschi ed una femmina. La sua prima educazione avviene presso la scuola dei canonici secolari di Notre Dame di Saint Vorles presso Chàtillon-sur-Seine. Non si sa esattamente il livello di educazione ricevuta a Chàtillon; probabilmente vi frequentò solo il “trivium”. Si racconta di lui che fosse un giovane portato all’introspezione ed alla meditazione, di animo molto sensibile e riservato.

Il biografo ci racconta che Bernardo, da bambino, fu profondamente toccato da un sogno; una notte di Natale sognò il Bambin Gesù ed il sogno fu così intenso e gli provocò così tanta emozione, così tanta commozione, tanta pietà e passione da lasciare nel suo animo un solco profondo.

Aveva solo 17 anni quando sua madre morì. Per lui, giovinetto chiuso e sensibile, la morte della madre fu una immensa tragedia. Con la madre Bernardo, giovane buono e sensibile, aveva un legame affettivo profondo e privilegiato. Si narra che Aleth, prima della nascita di Bernardo, abbia avuto un sogno premonitore, una visione rivelatrice sul futuro del piccolo che stava per nascere e sul suo ruolo all’interno della chiesa.

Non fu certamente la morte della madre l’unico motivo a spingere Bernardo verso la preghiera  e la vita meditaviva ma certamente il dolore patito per sua prematura scomparsa fu uno dei motivi che lo spinsero a legarsi in modo forte ed indissolubile a Maria, la madre celeste.

Non si sa molto degli anni successivi al tragico lutto. Tuttavia si presume che furono anni di forte travaglio interiore e disorientamento. E’ così che, nell’anno 1111, all’età di 21 anni, Bernardo da inizio alla sua vita “ritirata”.  Dalla casa di Chàtillon, primo rifugio dalla vita profana, nel 1112 Rernardo entra a Citeax. Con lui entreranno in monastero tutti i suoi fratelli, alcuni congiunti e suo padre.
Da questo evento si può già capire come Bernardo fosse un trascinatore, oggi diremo un leader. Le sue capacità comunicative, organizzative, didattiche, la sua capacità a vivere totalmente la regola benedettina vengono ben presto riconosciute anche all’interno del monastero. Basti pensare che dopo soli tre anni viene scelto come abate per la fondazione di un nuovo monastero.

Fu così che Bernardo, dopo avere ricevuto la benedizione e probabilmente anche l’ordinazione presbiterale da Guglielmo di Champeaux, Vescovo di Chàlons-sur-Marne, inizia con dodici confratelli la sua avventura monastica a Clairvaux (Clara Vallis), località messa a disposizione dal Conte di Troyes. Ben presto il monastero di Clairvaux diverrà famoso per l’austerità ed il modo di osservanza totale della regola. Il modello di vita monastica proposto da Bernardo farà breccia tra i giovani che in quel secolo aspiravano alla vita monastica. Ne consegue che il numero dei postulanti al monastero cresceva costantemente. Non potendo dare accoglienza a tutti presso Clairvaux, Bernardo intraprese un’opera di fondazione di nuovi monasteri. Alla sua motre si conteranno 68 monsateri “gemmati” da Clairvaux.

Bernardo resta un monaco ed abate atipico: ufficialmente resterà Abate di Clairvaux per 38 anni anche se in realtà moltissimi saranno i periodi in cui Bernardo si verrà a trovare fuori dell’abbazia, preso e coinvolto da problematiche ecclesiastiche a livello europeo. Possiamo qui solo ricordare le dispute con i monaci di Cluny (suo monastero di origine) sulla interpretazione corretta della Regola di Benedetto. Secondo Bernardo la regola seguita a Cluny si era addolcita con il tempo; ciò non accadeva in Clairvaux ove i monaci si attenevano alla Regola originaria in modo esemplare.   

Ma le ragioni che porteranno Bernardo ad attraversare più volte l’Europa mettendone in luce le sue doti di mediatore e di uomo d’azione sono quelle legate allo scisma verificatosi nella Chiesa Romana con la duplice elezione, nel 1130, di Innocenze» II e di Anacleto II, esponenti di due opposti schieramenti. Bernardo da subito si schiera con Innocenzo II e, per perorare la sua causa, percorre non solo la Francia di Luigi VI, ma l’ Inghilterra di Enrico I (1130). Nel 1133 riesce ad ottenere l’appoggio di Pisa e Genova, nel 1135 ottiene l’adesione di Milano e nel 1137 riesce a farsi ascoltare anche da Ruggero II, re di Sicilia, che era un deciso sostenitore di Anacleto.

Dopo avere riportato Innocenzo II sul trono di Pietro, nel 1140, viene coinvolto in un’altra operazione assai delicata: l’esame della posizione di Pietro Abelardo che si concluderà al concilio di Sens con la condanna di Abelardo.

Nel 1144 – 45, interviene a sostegno di papa Lucio II contro le pretese del senato romano e contro le innovazioni introdotte nell’Urbe. Interviene anche contro Arnaldo da Brescia e le sue teorie contro la ricchezza della chiesa e le teorie patarine.

Nel 1145, un suo discepolo viene eletto al soglio pontificio ed assume il nome di Eugenio III. Saranno i successivi anni in cui Bernardo eserciterà un grande influsso su tutta la chiesa.
Nel 1146-47 l’abate di Chiaravalle riceve dal papa l’incarico ufficiale a predicare a favore di una seconda crociata. Riesce ad avere importanti adesioni sia in Francia che in Germania.
Nel 1146 Corrado, dopo aver ascoltato Bernardo di Chiaravalle predicare la Crociata, partirà con Luigi VII di Francia per la Terrasanta.

Nell’ottobre del 1148 le armi cristiane vennero sconfitte dai Turchi a Dorylaeum, nei pressi di Eskişehir. Corrado e molti dei suoi cavalieri scamparono, ma molti dei soldati appiedati furono uccisi o catturati.
Il fallimento dell’impresa amareggia profondamente Bernardo. Nel 1150 l’Abate cercherà di convincere papa Eugenio III a una nuova crociata; ma il piano non si realizzerà. Bernardo verrà ancora chiamato in causa dal papa nel 1148. Al Concilio di Reims il nostro contribuirà alla condanna delle teorie trinitarie di  Gilbert de la Porrée (Gilberto Porretano) logico, teologo e vescovo cattolico francese.

Il 20 Agosto 1153, all’età di 63 anni, Bernardo muore a Clairvaux, circondato dai suoi confratelli.