Archivio Benedettini

Qui di seguito viene riportata affinché i Cavalieri possano leggerla e riflettere su di essa la Regola monastica così come scritta da San Benedetto:

Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro, e piega l’orecchio del tuo cuore; accogli volentieri i consigli dell’affettuoso padre e ponili vigorosamente in opera: perché tu possa, per la fatica dell’obbedienza, ritornare a Colui dal quale ti eri allontanato per l’inerzia della disobbedienza.

A te dunque si volge ora la mia parola, chiunque tu sia che rinunzi alle proprie voglie, e accingendoti a militare per il vero re Cristo Signore, prendi le validissime e lucenti armi dell’obbedienza.

monaci benedettini riuniti in capitolo

Prima d’ogni cosa ricorda che tutto ciò che di buono imprendi ad eseguire, devi con insistente preghiera chiedere che sia compiuto da Lui, [5] perché Egli, che si è già degnato di annoverarci tra i suoi figli, non debba una volta adirarsi della nostra indegna condotta.

[6] Dobbiamo infatti con i doni che ci ha concessi servirlo sempre così fedelmente, che Egli non debba, da padre sdegnato, privare un giorno dell’eredità i suoi figli, [7] né da tremendo signore, irritato per le nostre colpe, consegnarci alla pena eterna, come malvagi servi che non l’abbiano voluto seguire alla gloria.

[8] Sorgiamo dunque una buona volta, svegliati dalla Scrittura che ci dice: È tempo ormai di levarci dal sonno, [9] e aprendo gli occhi alla luce divina, ascoltiamo con orecchie attentissime che cosa ogni giorno ci ripete la voce ammonitrice di Dio: [10] Se oggi udirete la voce di Lui, non indurite il vostro cuore.

[11] Così pure: Chi ha orecchie per ascoltare, ascolti che cosa lo Spirito dice alle chiese.

[12] E che dice? Venite, figli, prestatemi orecchio: vi insegnerò il timor del Signore.

[13] Correte finché avete il lume della vita, perché non vi colgano le tenebre della morte.

[14] E poiché, tra la folla degli uomini cui rivolge questo grido, il Signore cerca il suo operaio, di nuovo dice: [15] Chi è l’uomo che vuole la vita e brama di vedere giorni buoni? [16] Che se tu, all’udirlo, rispondi: Io, così Dio ti soggiunge: [17] Se vuoi possedere la vera ed eterna vita, frena la tua lingua dal male, e le tue labbra non proferiscano inganno; allontanati dal male e fa’ il bene; cerca la pace e seguila.

[18] E quando avrete ciò fatto, gli occhi miei saranno su di voi, e le mie orecchie saran pronte alle vostre suppliche, e prima ancora che voi m’invochiate, vi dirò: Ecco, son qui.

[19] Che cosa più dolce per noi di questa voce del Signore che c’invita, fratelli carissimi?

[20] Ecco che nella sua paterna bontà il Signore ci indica la via della vita.

[21] Cingiamo dunque i nostri fianchi con la fede con la pratica delle buone opere, e guidati da l’Evangelo camminiamo per le sue vie, per renderci degni di vedere Colui che ci chiamò al suo regno.

[22] Ma se vogliamo trovar dimora nella sede di quel regno, pensiamo che non vi si può giungere se non corriamo con l’operare il bene.

[23] Interroghiamo i fatti col Profeta il Signore e diciamogli: Signore, chi abiterà nella tua sede, o chi riposerà sul tuo santo monte?

[24] Dopo tale domanda ascoltiamo, fratelli, il Signore che risponde e ci mostra la via di quella dimora, [25] dicendo: Chi cammina senza macchia ed opera la giustizia; [26] chi pronunzia la verità nel suo cuore; chi non ha ordito inganno con la sua lingua; [27] chi non ha fatto il male al suo simile; chi contro il suo prossimo non ha accolto ingiuria; [28] chi sollecitato a qualche colpa dal maligno diavolo, lo ha rigettato con tutta la sua tentazione dagli occhi del proprio cuore e ha reso vana la sua azione, e i suggerimenti di lui, appena nati, li ha presi con forza e li ha spezzati in Cristo;

[29] quelli che per il timor del Signore non s’insuperbiscono della loro buona condotta, ma pensano che quanto in essi è di bene, non è opera loro, ma di Dio, [30] e perciò esaltano il Signore che in loro agisce, dicendo col Profeta: Non a noi, Signore, non a noi, ma al nome tuo da’ gloria. [31] Così anche l’Apostolo Paolo non attribuì a sé alcun merito della sua predicazione, affermando: Per la grazia di Dio sono quel che sono; [32] e di nuovo dichiara: Chi si gloria, si glorifichi nel Signore. [33] Perciò anche il Signore proclama nell’Evangelo: Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, io lo rassomiglierò all’uomo saggio che edificò la sua casa sulla roccia: [34] vennero le fiumane, soffiarono i venti, e fecero impeto contro quella casa ma essa non crollò, perché era fondata sulla roccia. [35] Conclusa così la sua risposta, il Signore attende che noi ogni giorno alle sue sante esortazioni rispondiamo con i fatti.

[36] Perciò i giorni di questa vita ci vengono concessi come una proroga per emendarci dei nostri vizi, [37] secondo la sentenza dell’Apostolo: Non sai che la tolleranza di Dio ti spinge alla penitenza?. [38] E infatti il misericordioso Signore dice: Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

[39] Quando dunque, o fratelli, abbiamo chiesto al Signore chi abiterà nella sua sede, abbiamo udito come vi si possa dimorare; purché però adempiamo i doveri di chi brama abitarvi.

[40] Perciò dobbiamo disporre il cuore e il corpo nostro a militare nella obbedienza santa ai precetti. [41] E per quello che in noi la natura nostra è incapace a prestare, preghiamo il Signore che si degni offrirci l’aiuto della sua grazia. [42] E se vogliamo evitare le pene dell’inferno e giungere all’eterna vita, [43] finché ci è ancora consentito e siamo in questo corpo e abbiamo la possibilità di compiere tutto ciò durante questa vita dl luce, [44] bisogna oggi correre ed operare quel che ci giovi per l’eternità. [45] Dobbiamo dunque costituire una scuola di servizio del Signore.

[46] E nel costituirla noi speriamo di non stabilire nulla di penoso, nulla di pesante.

[47] Ma se qualche cosa un pochino dura, suggerita da un ragionevole equilibrio, dovrà pure introdursi per la correzione dei vizi o per la conservazione della carità, [48] non ti lasciar subito così cogliere dallo sgomento da abbandonare la via della salute, che non può intraprendersi se non per uno stretto imbocco.

[49] Ma con l’avanzare nelle virtù monastiche e nella fede il cuore si dilata, e la via dei divini precetti si corre nell’indicibile soavità dell’amore.

[50] Cosicché, non discostandoci mai dal magistero Dio, e aderendo alla sua dottrina nel monastero con perseveranza sino alla morte, ci associamo con la sofferenza ai patimenti di Cristo, per meritare di essere anche partecipi del suo regno.
Amen.

Delle varie specie di monaci

Capitolo I

È noto che son quattro le specie dei monaci.

[2] La prima è quella dei cenobiti: di quelli cioè che vivono in monastero, militando sotto una regola e un abate.

[3] La seconda specie poi è quella degli anacoreti  [4] addestratisi con l’aiuto di molti, sono già divenuti esperti a combattere contro il demonio( Nota: il termine anachoretes è di origine greca e si riferisce a quei monaci che conducevano vita appartata, lontano dal consorzio umano, dediti alla contemplazione e alle pratiche ascetiche. La loro solitudine non era quasi mai assoluta; vi erano dei momenti comunitari in occasione delle preghiere, dei pasti, dando luogo a una forma intermedia tra completo isolamento e vita cenobitica. La caratteristica di questi monaci era la preghiera, il lavoro manuale, l’aspra penitenza, la mancanza di un superiore e di una regola); [5] sicché dalla lotta sostenuta insieme con i fratelli son bene esercitati per il combattimento singolare della solitudine, e valgono ormai con l’aiuto di Dio a lottare sicuri, senza il soccorso d’altri e soltanto col vigore delle mani e delle braccia proprie, contro i vizi della carne e dei pensieri.

[6] La terza specie di monaci è quella tristissima dei sarabaiti, i quali non sono provati da alcuna regola e resi da essa, col magistero dell’esperienza, quasi oro di fornace, ma sono avviliti alla condizione di piombo, [7] e mentre nella condotta serbano ancora fede al mondo, con la tonsura mentiscono palesemente a Dio; [8] a due, a tre, e anche da soli, senza pastore, chiusi non negli ovili del Signore ma in quelli propri, non hanno altra legge che l’appagamento dei propri gusti, [9] poiché tutto ciò che stimano o preferiscono lo chiamano santo, e ciò che non vogliono lo ritengono illecito.

[10] La quarta specie di monaci è poi quella dei cosiddetti giròvaghi, i quali tutta la loro vita, di paese in paese, si fanno ospitare per tre o quattro giorni ora in questo ora in quel monastero, [11] sempre vagabondi e instabili, schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola: in tutto più abominevoli dei sarabaiti. [12] Dello sciagurato tenor di vita di tutta questa genìa è meglio tacere che parlare. [13] Lasciandoli quindi da parte, veniamo con l’aiuto del Signore ad ordinare la specie migliore, che è quella dei cenobiti.

Quale debba essere l’abate

Capitolo II

L’abate che è giudicato degno di stare a capo del monastero, deve sempre ricordare come viene chiamato, e al nome di superiore render conformi le sue azioni. [2] Si sa infatti per fede che egli nel monastero fa le veci di Cristo, poiché viene chiamato col suo stesso nome, [3] secondo ciò che dice l’Apostolo: Avete ricevuto lo spirito dell’adozione di figli, per il quale gridiamo: Abba, Padre. [4] Niente perciò l’abate deve insegnare o stabilire o comandare che sia contro il precetto del Signore; [5] anzi il comando e l’insegnamento suo penetrino dolcemente nell’animo dei discepoli come fermento dì divina giustizia. [6] Ricordi sempre l’abate che della sua dottrina come dell’obbedienza dei discepoli, dell’una e dell’altra certo, si farà rigoroso esame nel tremendo giudizio di Dio. [7] Sappia l’abate che sarà imputata a colpa del pastore ogni deficienza di frutto che il padre di famiglia avrà potuto trovare nel gregge. [8] D’altra parte però è altrettanto vero che se il pastore avrà adoperato ogni diligenza per pecore indocili e disobbedienti, e avrà prestato tutte le cure per la loro malsana condotta, [9] egli nel giudizio del Signore riuscirà assolto e potrà dire col Profeta al Signore: La tua giustizia non l’ho nascosta nel mio cuore, la tua verità e la tua salute l’ho mostrata, ma essi mi han disprezzato e tenuto in nessun conto: [10] e allora le pecore che hanno rifiutato le sue cure riesca finalmente a domarle, come pena, la stessa morte. [11] Quando uno dunque prende il nome di abate, deve governare i suoi discepoli con duplice insegnamento, [12] deve cioè tutto quello ch’è buono e santo, mostrarlo con i fatti più che con le parole; sicché ai discepoli capaci d’intendere proporrà i comandamenti del Signore con le parole, ma a quelli di tardo intelletto e di animo rude dovrà insegnare i divini precetti con le proprie azioni. [13] Qualunque cosa poi avrà presentata ai discepoli come contraria alla legge di Dio, mostri anche con i suoi fatti in qual modo bisogna evitarla, perché non avvenga che mentre insegna agli altri, egli sia trovato riprovevole, [14] e che Dio debba una volta dirgli per i suoi peccati: Perché tu insegni i miei precetti ed hai sempre in bocca la mia alleanza, mentre hai disprezzato la disciplina ed hai gettato le mie parole dietro le spalle? [15] Ed anche: Tu che vedevi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, non hai visto la trave nel tuo. [16] Eviti verso i suoi monaci ogni parzialità. [17] Non abbia preferenza d’amore se non per colui che egli avrà sperimentato migliore nella buona condotta e nell’obbedienza. [18] A chi è venuto nel monastero dalla condizione servile non sia anteposto chi è nato libero, purché non vi sia un’altra causa ragionevole: [19] giacché se l’abate, per esigenza di giustizia, riterrà di dover assegnare una simile precedenza, potrà farlo anche riguardo al posto di qualunque monaco; altrimenti ognuno occupi il suo posto, [20] perché, sia il servo che il libero, tutti siamo una sola cosa in Cristo e prestiamo sotto un unico Signore una medesima milizia di servitù; non vi è infatti presso Dio alcun riguardo di persona: [21] l’unico rispetto per cui Egli ci preferisce è se ci trova umili e migliori degli altri nelle opere buone. [22] Eguale carità eserciti dunque l’abate per tutti, una medesima linea di condotta segua per tutti, tenendo conto dei loro meriti. [23] Nel suo magistero poi l’abate deve sempre osservare quella norma dell’Apostolo che dice: Ammonisci, esorta, rimprovera [24] avvicendando cioè i modi secondo le circostanze, alternando il rigore e la dolcezza, sappia dimostrare la severità del maestro e l’indulgente affetto del padre. [25] In altre parole, deve fortemente ammonire gl’indocili e gl’irrequieti; gli obbedienti invece e i miti e i pazienti scongiurarli a progredire sempre più; ma i negligenti e gli spregiatori della disciplina vogliamo che li rimproveri e li punisca. [26] Né chiuda gli occhi sui vizi dei trasgressori, ma appena cominciano a sorgere, li strappi dalle radici con tutte le forze che può, memore del pericolo di Eli, sacerdote di Silo. [27] Quelli che sono più delicati d’animo ed assennati, li riprenda con le parole, avvertendoli una prima e una seconda volta; [28] ma i riottosi, gli ostinati, i superbi e i disobbedienti li reprima con le battiture e con altri castighi corporali fin dal primo affiorare del vizio, sapendo che è scritto: Lo stolto non si corregge con te parole; [29] e altrove: Percuoti il tuo figliolo con la verga, e libererai l’anima sua dalla morte. [30] L’abate deve sempre ricordare ciò che è, ricordare quel che importa il suo nome, e sapere che a chi più viene dato, più anche si richiede. [31] Sappia quanto difficile ed ardua sia l’impresa che assume di governare anime e di prestarsi alla diversa indole di molti, trattando uno con la dolcezza, un altro invece con i rimproveri, un altro con la persuasione: [32] secondo il carattere e l’intelligenza di ciascuno, egli a tutti si conformi e si adatti, in modo che non solo non debba lamentare perdite nell’ovile affidatogli, ma anzi possa rallegrarsi dell’incremento del gregge buono. [33] Anzitutto non trascuri o tenga in poca stima la salvezza delle anime a lui commesse per preoccuparsi di più delle cose transitorie, terrene e caduche; [34] pensi invece sempre che ha ricevuto anime da reggere, di cui dovrà pure rendere conto. [35] E perché non adduca a pretesto l’eventuale scarsezza delle sostanze, ricordi che sta scritto: Prima cercate il regno di Dio e la sua giustizia, e queste cose vi saran date in sovrappiù; [36] così pure: Niente manca a quelli che Lo temono. [37] Sappia bene che chi prende anime a governare, deve prepararsi a darne rendiconto; [38] e ritenga per certo che quanti fratelli egli sa d’avere sotto la sua cura, di altrettante anime dovrà nel giorno del giudizio render ragione al Signore, oltre al conto che naturalmente darà dell’anima propria. [39] Così, nel timore dell’esame che il pastore subirà circa le pecore a lui affidate, mentre si mantiene cauto per il rendiconto altrui, diviene sollecito di quello proprio, [40] e mentre con le sue ammonizioni corregge gli altri, anche lui si va emendando dei difetti suoi.

Della convocazione dei fratelli a consiglio

Capitolo III

Ogni volta che deve risolversi in monastero qualche affare di particolare gravità, l’abate convochi tutta la comunità, ed esponga lui di che si tratti. [2] Dopo aver ascoltato il consiglio dei fratelli, ci ripensi su da sé, e faccia quel che avrà stimato più utile. [3] Ma abbiamo detto di chiamare a consiglio tutti, perché spesso ad uno più giovane il Signore ispira un parere migliore. [4] Allora però i fratelli diano il consiglio con tutta umiltà e sottomissione, e non osino sostenere con sfrontata ostinatezza il loro pensiero; [5] la decisione dipenda dal volere dell’abate; e in ciò che egli avrà stabilito come più opportuno, tutti gli obbediscano. [6] Ma come ai discepoli è doveroso obbedire al maestro, così è conveniente che anche lui tutto disponga con provvida ed equanime assennatezza. [7] In tutto dunque tutti seguano come maestra la Regola, e nessuno ardisca deviare da essa. [8] Nessuno in monastero vada dietro all’inclinazione della propria volontà. [9] Né alcuno abbia l’ardire di contendere col suo abate ostinatamente o fuori del monastero: [10] chi osasse far ciò, sia sottoposto alla disciplina regolare. [11] L’abate però dal canto suo operi tutto col timor di Dio e secondo le prescrizioni della Regola, sapendo che dovrà certamente render conto di tutti i giudizi suoi al giustissimo giudice Dio. [12] Se poi si tratti di affari del monastero meno importanti, si serva del consiglio dei soli anziani, [13] perché sta scritto: Fa’ tutto col consiglio, e dopo non avrai a pentirtene.

Gli strumenti delle buone opere

Capitolo IV

Anzitutto amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze;
[2] quindi il prossimo come se stesso.
[3] Poi non uccidere.
[4] Non commettere adulterio.
[5] Non rubare.
[6] Non avere desideri impuri.
[7] Non dire falsa testimonianza.
[8] Onorare tutti gli uomini.
[9] E ciò che non si vuole fatto a sé, non farla ad altri.
[10] Rinunziare interamente a se stesso per seguire Cristo.
[11] Mortificare il corpo.
[12] Non andare dietro ai piaceri.
[13] Amare il digiuno.
[14] Ristorare i poveri.
[15] Vestire l’ignudo.
[16] Visitare l’infermo.
[17] Seppellire il morto.
[18] Soccorrere il tribolato.
[19] Consolare l’afflitto.
[20] Farsi estraneo ai costumi del mondo.
[21] Niente anteporre all’amore di Cristo.
[22] Non compiere quanto è suggerito dall’ira.
[23] Non riserbare allo sdegno il tempo di sfogarsi.
[24] Non nutrire inganno nel cuore.
[25] Non dare pace falsa.
[26] Non abbandonare mai la carità.
[27] Non giurare, perché non avvenga di spergiurare.
[28] Dire col cuore e con la bocca la verità.
[29] Non render male per male.
[30] Non fare torti, e tollerare pazientemente quelli che ci vengono fatti.
[31] Amare i nemici.
[32] A quelli che dicono male di noi non ricambiare l’offesa, ma piuttosto dirne bene.
[33] Sopportare la persecuzione per la giustizia.
[34] Non esser superbo.
[35] Non indulgere troppo al vino.
[36] Non al molto cibo.
[37] Non al soverchio sonno.
[38] Non essere pigro.
[39] Non mormoratore.
[40] Non maldicente.
[41] Riporre la propria speranza in Dio.
[42] Se uno scorge in sé qualcosa di buono, lo riferisca a Dio, non a se stesso.
[43] Il male invece sia convinto d’averlo commesso lui e ne ritenga se stesso responsabile.
[44] Temere il giorno del giudizio.
[45] Aver orrore dell’inferno.
[46] La vita eterna desiderarla con ardente brama spirituale.
[47] La morte averla ogni giorno in sospetto dinanzi agli occhi.
[48] Vigilare ogni momento gli atti della propria vita.
[49] Tenere per certo d’esser veduto da Dio in ogni luogo.
[50] I cattivi pensieri che si affacciano alla mente, subito spezzarli su Cristo e manifestarli al padre spirituale.
[51] Custodire la propria lingua da cattive e scorrette parole.
[52] Non amare di parlare molto.
[53] Non pronunziare parole frivole o eccitanti al riso.
[54] Non amare di ridere molto e smodatamente.
[55] Ascoltare volentieri le sante letture.
[56] Attendere spesso all’orazione.
[57] Le colpe passate confessarle ogni giorno a Dio con lacrime e gemiti nella preghiera.
[58] Delle medesime colpe poi emendarsi per l’avvenire.
[59] Non appagare le voglie della carne.
[60] Odiare la propria volontà.
[61] Obbedire in tutto ai voleri dell’abate, anche se egli da parte sua  non sia mai  operi diversamente, memori di quel precetto del Signore: Fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno.
[62] Non volere esser detto santo prima di esserlo, ma prima esserlo, perché lo si possa dire con più verità.
[63] Osservare ogni giorno con i fatti i comandamenti di Dio.
[64] Amare la castità.
[65] Non odiare alcuno.
[66] Non nutrire gelosia.
[67] Non assecondare l’invidia.
[68] Non aver gusto di contendere.
[69] Fuggire l’alterigia.
[70] E rispettare i vecchi.
[71] Amare i giovani.
[72] Nell’amore di Cristo pregare per i nemici.
[73] Con chi si è avuta lite tornare in pace prima che tramonti il sole.
[74] E della misericordia di Dio non disperare giammai.
[75] Ecco, son questi gli strumenti dell’arte spirituale. [76] E se saranno stati da noi giorno e notte assiduamente adoperati e nel dì del giudizio riconsegnati, ci verrà data in premio quella mercede che Egli stesso promise: [77] Né occhio ha mai visto, né orecchio ha mai udito, né mente d’uomo ha potuto concepire ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano. [78] L’officina poi, dove usare con diligenza tutti questi strumenti, sono i recinti del cenobio e la stabilità nella famiglia monastica.

Dell’obbedienza

Capitolo V

Il principale contrassegno dell’umiltà è l’obbedienza senza indugio. [2] Essa è propria di coloro che niente hanno di più caro che Cristo; [3] e sia per il servizio santo a cui si son votati, sia anche per il timore dell’inferno e per la gloria dell’eterna vita, [4] appena dal superiore è stato dato un comando, quasi fosse un comando divino, sono insofferenti d’ogni ritardo nell’eseguirlo. [5] È di loro che il Signore dice: Ha udito appena e già mi ha obbedito. [6] Similmente dice ai maestri: Chi ascolta voi, ascolta me.  [7] Tali monaci dunque abbandonano subito le cose loro e rinunziano alla propria volontà, [8] e liberandosi sull’istante di quanto avevano tra mano e lasciando incompiuto ciò che stavano facendo, con piede prontissimo all’obbedienza, seguono con i fatti la voce del superiore che comanda. [9] Sicché, quasi nel medesimo momento, il comando comunicato dal maestro e l’opera eseguita dal discepolo si compiono insieme ambedue prestissimo, per quella celerità che è frutto del timor di Dio: [10] è l’amore di avanzare alla vita eterna che li preme. [11] Perciò intraprendono la via stretta, di cui dice il Signore: Angusta è la via che conduce alla vita; [12] e non volendo vivere a proprio arbitrio né obbedire ai desideri e gusti propri, ma dimorando nel monastero per camminare sotto la guida e il comando altrui, desiderano di essere governati dall’abate. [13] Senza dubbio tali monaci imitano il Signore, mettendo in pratica ciò che Egli dice di sé: Non son venuto a fare la volontà mia, ma di Colui che mi ha mandato.  [14] Ma questa stessa obbedienza allora sarà gradita a Dio e soave agli uomini, quando il comando sarà eseguito senza esitazione, senza indugio, senza tiepidezza, senza mormorazione, senza rispondere col rifiuto; [15] perché l’obbedienza che si presta ai superiori, si presta a Dio; Egli infatti ha detto: Chi ascolta voi, ascolta me. [16] E di buon animo i discepoli devono obbedire, perché Dio ama chi dà con gioia. [17] Se infatti il discepolo obbedisce malvolentieri, e mormora, non diciamo già con la bocca, ma anche solo col cuore, [18] pur eseguendo il comando non compie ormai cosa accetta a Dio, il quale vede la mormorazione che si cela nel suo interno: [19] per tale opera quindi non ottiene alcuna ricompensa, e incorre anzi nella pena dei mormoratori, se non ripara e si corregge.

Dell’amore al silenzio

Capitolo VI

Facciamo ciò che afferma il Profeta: Ho detto: custodirò il mio cammino per non peccare con la mia lingua; ho posto un freno alla mia bocca, mi son fatto muto, mi sono umiliato ed ho taciuto anche delle cose buone. [2] Ora, se il Profeta mostra qui che dai buoni discorsi bisogna talvolta astenersi per amore del silenzio, quanto più è necessario evitare le cattive parole per la pena del peccato! [3] Perciò, anche se si tratti di argomenti buoni e pii ed edificanti, tanta è la gravità del silenzio, che ai discepoli perfetti raramente si deve conceder licenza di parlare; [4] perché sta scritto: Nel molto parlare non sfuggirai al peccato; [5] e altrove: La morte e la vita sono in potere della lingua. [6] Se infatti al maestro conviene parlare ed istruire, al discepolo tocca tacere ed ascoltare. [7] Se quindi è necessario chiedere qualche cosa al superiore, si domandi con tutta umiltà e con rispettosa sottomissione. [8] Le trivialità poi e le parole oziose ed eccitanti al riso le condanniamo in tutti i luoghi con eterna esclusione; e che il discepolo apra la bocca per proferire cose tali, non lo permettiamo.

Dell’umiltà

Capitolo VII

Grida a noi, fratelli, la divina Scrittura e ci dice: Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato. [2] Col dirci dunque così, ci mostra che ogni esaltazione è una forma di superbia, [3] da cui il Profeta dichiara di volersi tener lontano quando afferma: Signore, il mio cuore non si è innalzato, né si sono elevati i miei occhi; non ho camminato tra cose grandi e troppo alte per me. [4] E che allora? Se non ho avuto sentimenti di umiltà, se il mio cuore si è insuperbito, allora tu tratti l’anima mia come un bambino divezzato dal seno di sua madre. [5] Perciò, fratelli, se vogliamo toccare la cima d’una somma umiltà e giungere celermente a quell’altezza celeste a cui si sale per l’abbassamento della vita presente, [6] bisogna con l’ascensione delle nostre opere innalzare quella scala che apparve in sogno a Giacobbe, e per la quale egli vide gli angeli scendere e salire. [7] Discesa e salita che non possono certamente essere intese da noi se non nel senso che con l’esaltazione si discende e con l’umiltà si sale. [8] La scala poi che si rizza, non è se non la nostra vita terrena, che per l’umiltà del cuore venga dal Signore diretta su verso il cielo. [9] Diciamo infatti che il corpo e l’anima nostra sono i lati di questa scala, nei quali la divina chiamata inserì diversi gradini di umiltà e di esercitazione spirituale da salire. [10] Il primo gradino dunque dell’umiltà è quello in cui l’uomo, con la visione continua della presenza di Dio dinanzi agli occhi, ispirato dal suo timore, fugge del tutto la smemoratezza, [11] e ricorda sempre i precetti di Dio, e ripensa dentro di sé perennemente come l’inferno bruci per i loro peccati i dispregiatori di Dio, e come la vita eterna sia preparata per quelli che lo temono; [12] e custodendosi sempre dai peccati e dai vizi, cioè dei pensieri, della lingua, delle mani, dei piedi, della propria volontà, nonché dalle inclinazioni della natura corrotta, [13] riflette che Dio sempre e senza posa lo guarda dal cielo, e che le sue azioni in ogni luogo sono vedute dall’occhio divino e riferite dagli Angeli ad ogni momento. [14] È appunto ciò che ci manifesta il Profeta, quando ci addita Dio così presente ai nostri pensieri, dicendo; Dio scruta i cuori e le reni. [15] E similmente: Il Signore conosce i pensieri degli uomini. [16] Così pure dice: Hai visto i miei pensieri da lontano. [17] E altrove: Il pensiero dell’uomo sarà svelato dinanzi a Te. [18] Ora per esser cauto riguardo ai suoi cattivi pensieri, il fratello sollecito della perfezione ripeta di continuo nel suo cuore: Allora sarò mondo dinanzi a Lui, quando mi sarò guardato da ogni mio peccato. [19] Il divieto poi di fare la volontà propria lo abbiamo dalla Scrittura che ci ordina: E allontànati dalle tue voglie, [20] e similmente nell’Orazione supplichiamo Dio che si compia in noi la sua volontà. [21] A buon diritto dunque ci s’insegna di non fare la nostra volontà, se vogliamo evitare il male di cui parla la Scrittura: Ci sono delle vie che agli uomini sembrano dritte, e che al loro sbocco sommergono fino alle profondità dell’inferno, [22] e se dobbiamo similmente temere ciò che è scritto dei negligenti: Si sono corrotti e sono diventati abominevoli nel seguire le loro voglie. [23] Quanto poi alle inclinazioni della guasta natura, dobbiamo allo stesso modo credere che Dio è sempre presente, secondo ciò che dichiara il Profeta al Signore: Ogni mio desiderio sta dinanzi a Te. [24] Bisogna dunque evitare il cattivo desiderio, perché la morte sta appostata alla soglia del piacere. [25] Perciò la Scrittura ci avverte: Non andare dietro alle tue concupiscenze. [26] Dunque se gli occhi del Signore vedono i buoni ed i cattivi, [27] e il Signore dal cielo guarda sempre sui figli degli uomini per scorgere se vi sia chi abbia intelletto e cerchi Dio; [28] e se dagli Angeli a noi assegnati son riferite quotidianamente al Signore, giorno e notte, le nostre singole azioni, [29] bisogna dunque, fratelli, stare assiduamente in guardia perché il Signore non ci veda mai, come dice nel salmo il Profeta, incamminati al male e divenuti infruttuosi, [30] e se perdona adesso, perché è misericordioso ed aspetta la nostra conversione, non ci debba dichiarare in avvenire: Hai fatto questo, ed io ho taciuto. [31] Il secondo gradino dell’umiltàsi ha quando uno, non amando la volontà propria, non si compiace di soddisfare ai suoi desideri, [32] ma imita il Signore mettendo in pratica quel suo detto: Non son venuto a fare la volontà mia, ma di Colui che mi ha mandato, [33] Similmente la Scrittura dice: La propria volontà merita la pena, l’imposizione procura la corona. [34] Il terzo gradino dell’umiltàè quello per cui uno con perfetta obbedienza si sottomette per amor di Dio al superiore, imitando il Signore di cui dice l’Apostolo: Fattosi obbediente fino alla morte. [35] Il quarto gradino dell’umiltà è quello del monaco che nell’esercizio dell’obbedienza, pur se riceve ordini difficili o ripugnanti, o anche qualunque specie di ingiurie, sa nel silenzio abbracciare volentieri la sofferenza, [36] e sopportando pazientemente non si perde d’animo né indietreggia, poiché la Scrittura avverte: Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo. [37] Così pure: Il tuo cuore sia forte e sappi sostenere la prova del Signore, [38] E per dimostrare che il servo fedele deve per il Signore tollerare anche qualunque contrarietà, dice ancora la Scrittura nella persona di quelli che soffrono: Per Te siamo ridotti ogni giorno alla morte, siamo considerati come pecore da macello. [39] E sicuri per la speranza della ricompensa di Dio, proseguono con gioia e dicono: Ma in tutto ciò noi vinciamo per Colui che ci ha amati.[40] Similmente la Scrittura in altro luogo: Ci hai provati, Signore; ci hai sperimentati col fuoco, come col fuoco si sperimenta l’argento; ci hai tratti nel laccio, hai aggravato di tribolazioni il dorso nostro.[41] E per in dicare che dobbiamo sottostare a un superiore aggiunge: Hai posto degli uomini sul nostro capo.[42] E osservando il precetto del Signore con la pazienza nelle avversità e nelle ingiurie, percossi in una guancia porgono l’altra, a chi toglie loro la tunica lasciano anche il mantello, costretti a fare un miglio di strada ne fanno due, [43] e con l’Apostolo Paolo tollerano i falsi fratelli e benedicono chi li maledice. [44] Il quinto gradino dell’umiltà si ha quando tutti i pensieri cattivi che si affacciano alla mente e i peccati commessi nel segreto, il monaco li svela con umile confessione al suo abate, [45] secondo l’esortazione della Scrittura: Manifesta al Signore la tua via e spera in Lui. [46] Similmente dice: Aprite l’animo vostro al Signore, perché Egli è buono, perché eterna è la sua misericordia. [47] Così pure il Profeta: Il mio peccato te l’ho reso noto, e non ho nascosto le mie colpe; [48] ho detto: paleserò contro di me le mie mancanze al Signore, e Tu hai perdonato l’empietà del mio cuore. [49] Il sesto gradino dell’umiltà consiste in ciò, che il monaco si contenta delle cose più vili e spregevoli, e a tutto quello che gli venga imposto si giudica inetto ed indegno operaio, [50] appropriandosi il detto del Profeta: Mi sono ridotto a nulla e sono divenuto uno stolto; mi sono fatto dinanzi a Te come una bestia da soma, ma sono sempre con Te. [51] Il settimo gradino dell’umiltà è quello del monaco che non solo con la lingua si professa più indegno e spregevole di tutti, ma ne è convinto anche nell’intimo del cuore, [52] umiliandosi e dicendo col Profeta: Io poi sono un verme e non un uomo; obbrobrio degli uomini e rifiuto della gente. [53] Sono stato esaltato, e poi umiliato e confuso. [54] E similmente: Buon per me che mi hai umiliato, perché io impari la tua legge. [55] L’ottavo gradino dell’umiltà è di quel monaco che non fa se non ciò che è suggerito dalla regola comune del monastero o dall’esempio dei maggiori. [56] Il nono gradino dell’umiltà è quello per cui il monaco frena la lingua dal parlare, e mantenendosi fedele al silenzio, non parla finché non sia interrogato, [57] poiché la Scrittura insegna che nel molto parlare non si sfugge al peccato [58] e che l’uomo dalle molte chiacchiere va senza direzione sulla terra. [59] Il decimo gradino dell’umiltà si ha quando uno non è facile e pronto al ridere, perché è scritto: Lo stolto nel ridere alza la sua voce. [60] L’undecimo gradino dell’umiltà è quello del monaco che, quando parla, lo fa delicatamente e senza ridere, con umiltà e compostezza, e dice poche ed assennate parole, e non fa chiasso con la voce [61] come sta scritto: Alle poche parole si conosce il saggio. [62] Il duodecimo gradino dell’umiltà si ha se il monaco non solo coltiva l’umiltà nel cuore, mostra anche con l’atteggiamento esterno a quelli che lo vedono; [63] cioè nell’Ufficio divino, in chiesa, nell’interno del monastero, nell’orto, per via, nei campi, dappertutto insomma, quando siede, cammina o sta in piedi, ha sempre il capo chino e gli occhi fissi a terra; [64] e pensando sempre ai peccati di cui è reo, fa conto di essere già per presentarsi al tremendo giudizio di Dio, [65] ripetendo sempre a se stesso internamente ciò che disse, con gli occhi bassi verso terra, il pubblicano dell’Evangelo: Signore, non son degno io peccatore di levare gli occhi miei al cielo; [56] come anche col Profeta: Mi sono sempre curvato e umiliato. [67] Ascesi dunque tutti questi scalini dell’umiltà, il monaco giungerà subito a quella carità che divenuta perfetta scaccia il timore: [58] e per essa tutto ciò che prima compiva non senza trepidazione, ora comincerà ad eseguirlo senza alcuna fatica, quasi spontaneamente, in forza della consuetudine, [69] e non già per timore dell’inferno, ma per amore di Cristo, per la stessa buona abitudine e per il gusto delle virtù. [70] Son questi i frutti che il Signore, per l’opera dello Spirito Santo, si degnerà di manifestare nel suo operaio, quando già sia mondo dei suoi vizi e peccati.

Degli Uffici Divini notturni

Capitolo VIII

Durante l’inverno, cioè dal principio di novembre fino a Pasqua, secondo una ragionevole valutazione, la levata sia all’ottava ora della notte, [2] perché si dorma un po’ più che metà della notte e i monaci si alzino a digestione compiuta. [3] Il tempo poi che avanza dopo l’Ufficio notturno, dai fratelli che hanno bisogno d’imparare qualcosa del salterio o delle lezioni, sia impiegato in tale esercizio. [4] Da Pasqua invece fino al suddetto principio di novembre l’ora della levata si regoli in modo che all’Ufficio notturno, dopo un brevissimo intervallo in cui i fratelli possano uscire per le necessità naturali, seguano subito le Lodi che devono recitarsi al primo albeggiare.

Quanti Salmi debbano dirsi nell’Ufficio notturno

Capitolo IX

Nel tempo invernale determinato sopra, si dica anzitutto per tre volte il verso: Signore, aprirai le mie labbra, e la mia bocca canterà le tue lodi, [2] a cui si aggiunga il salmo terzo col Gloria; [3] poi il salmo novantesimo quarto con l’antifona ovvero lentamente modulato; [4] quindi si dica l’inno e poi sei salmi con le antifone. [5] Cantati i salmi, si dica il verso e l’abate dia la benedizione; sedutisi poi tutti sugli scanni, dei fratelli leggano a turno dal codice sul leggio tre lezioni, a cui s’intercalino tre responsori. [6] Due responsori si cantino senza il Gloria, ma dopo la terza lezione il cantore aggiunga il Gloria: [7] e appena egli comincia a cantarlo, immediatamente tutti si alzino dai loro sedili per onore e riverenza alla Santa Trinità. [8] I libri poi da leggere nell’Ufficio notturno siano quelli di divina autorità tanto del Vecchio quanto del Nuovo Testamento, come anche i commenti che vi hanno fatto i Padri cattolici d’incontestato nome e di retta fede. [9] Dopo queste tre lezioni con i loro responsori, seguano gli altri sei salmi da cantarsi con l’Alleluia; [10] dopo di essi la lezione dell’Apostolo da dirsi a memoria, il verso, la supplica litanica, ossia il Kyrie eleison; [11] e così si ponga termine all’Ufficio della notte.

Come debba celebrarsi l’Ufficio notturno nell’estate

Capitolo X

Da Pasqua poi fino al principio di novembre si mantenga l’intero numero di salmi ch’è stato prescritto sopra; [2] le lezioni però dal codice, data la brevità delle notti, non si leggano, ma al posto delle tre lezioni se ne dica una sola, a memoria del Vecchio Testamento, seguita da un responsorio breve; [3] il resto si osservi interamente come è stato detto sopra; non si dicano cioè mai nell’Ufficio notturno meno di dodici salmi, oltre al terzo e al novantesimo quarto.

Come si debba svolge l’Ufficio notturno nelle domeniche

Capitolo XI

La domenica la levata per l’Ufficio notturno sia anticipata. [2] Anche in tale Ufficio si osservi una regola determinata: cantati cioè, come sopra abbiamo disposto, sei salmi e il verso, si siedano tutti con ordine ai loro posti sugli scanni, e vengano lette dal codice, come abbiamo detto sopra, quattro lezioni con i loro responsori; [3] solo al quarto il cantore aggiunga il Gloria, e appena egli lo comincia, tutti si levino subito con riverenza.  [4] Dopo tali lezioni seguano secondo l’ordine altri sei salmi, anch’essi con l’antifona come i precedenti, e il verso. [5] Quindi si leggano di nuovo a quattro lezioni con i loro responsori, con lo stesso ordine di prima. [6] Dopo di esse si dicano dai libri dei Profeti tre cantici stabiliti dall’abate: questi siano cantati con l’Alleluia. [7] Detto quindi il verso, e data la benedizione dall’abate, si leggano altre quattro lezioni del Nuovo Testamento col medesimo ordine di sopra. [8] Dopo il quarto responsorio l’abate intoni l’inno Te Deum laudàmus; [9] e terminato che sia, l’abate legga un brano dell’Evangelo, mentre tutti stanno in piedi con ogni onore e riverenza. [10] Alla fine tutti rispondano Amen, e l’abate soggiunga immediatamente l’inno Te decet laus; e dopo che è stata data la benedizione, cominciano le Lodi. [11] Quest’ordine dell’Ufficio notturno domenicale sia osservato egualmente in ogni tempo, sia d’estate che d’inverno, [12] salvo il caso  non sia mai  in cui s’alzassero troppo tardi: allora si dovrà abbreviare qualche cosa dalle lezioni o dai responsori. [13] Ma si badi con ogni cura che un tale inconveniente non avvenga; se però accadrà, ne renda degna soddisfazione a Dio nell’oratorio colui che l’ha causato con la sua negligenza.

Come si celebri l’Ufficio delle Lodi

Capitolo XII

Alle Lodi della domenica si dica prima il salmo sessantesimo sesto senza antifona, tutto di seguito; [2] quindi il cinquantesimo con l’Alleluia; [3] dopo di esso il centodiciassettesimo e il sessantaduesimo; [4] poi il Benedìcite e le lodi, quindi una lezione dell’Apocalisse a memoria e il responsorio, l’inno, il verso, il cantico dell’Evangelo, la prece litanica; e così si termina.

Come si celebrino le Lodi nei giorni feriali

Capitolo XIII

Nei giorni feriali invece l’Ufficio delle Lodi si svolga così: [2] si dica cioè il salmo sessantesimo sesto senza antifona, rallentando un poco come la domenica, perché tutti si trovino pronti al cinquantesimo, che deve dirsi con l’antifona. [3] Poi si dicano altri due salmi secondo la consuetudine, cioè: [4] al lunedì il quinto e il trentacinquesimo; [5] al martedì il quarantaduesimo e il cinquantesimo sesto; [6] al mercoledì il sessantesimo terzo e il sessantesimo quarto; [7] al giovedì l’ottantesimo settimo e l’ottantesimo nono; [8] al venerdì il settantesimo quinto e novantunesimo; [9] al sabato poi il centoquarantaduesimo e il cantico del Deuteronomio, che venga diviso in due Gloria. [10] Negli altri giorni i cantici, presi dai Profeti, si dicano ciascuno al suo giorno secondo l’uso della Chiesa Romana. [11] Quindi seguano le lodi, poi una lezione dell’Apostolo da recitare a memoria, il responsorio, l’inno, il verso, il cantico dell’Evangelo, la litania e si pone termine. [12] Ma l’Ufficio delle Lodi e del Vespro non deve assolutamente passare mai senza che alla fine, secondo l’ordine stabilito, sia recitata dal superiore e ascoltata da tutti l’Orazione del Signore, per le spine degli scandali che sogliono spuntare, [13] affinché i monaci, impegnati dalla promessa che nella stessa orazione fanno: Rimetti a noi, come anche noi rimettiamo, si purifichino da tale vizio. [14] Nelle altre Ore invece si dica solo l’ultima parte di quella Orazione, sicché da tutti si risponda: Ma liberaci dal male.

Come debba celebrarsi l’Ufficio notturno nelle feste dei Santi

Capitolo XIV

Nelle feste poi dei Santi e in tutte le solennità si celebri l’Ufficio allo stesso modo che abbiamo prescritto per la domenica, [2] eccetto che si diranno i salmi, le antifone e le lezioni proprie di quel giorno festivo; ma l’ordinamento sia quello stabilito sopra.

In quali tempi debba dirsi l’Alleluia

Capitolo XV

Dalla santa Pasqua fino a Pentecoste si dica senza interruzione l’Alleluia tanto nei salmi quanto nei responsori; [2] da Pentecoste invece fino all’inizio della Quaresima si dica ogni notte con gli ultimi sei salmi soltanto all’Ufficio notturno. [3] Ogni domenica poi fuori di Quaresima i cantici, le Lodi, Prima, Terza, Sesta e Nona si cantino con l’Alleluia; il Vespro invece con l’antifona. [4] Ma i responsori non si dicano mai con l’Alleluia, se non da Pasqua a Pentecoste.

Quali siano i divini Uffici durante il giorno

Capitolo XVI

Come dice il Profeta, Ti ho lodato sette volte durante il giorno. [2] Ora questo sacro numero di sette sarà da noi rispettato allo stesso modo, se adempiremo i doveri del nostro servizio alle Lodi, a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e a Compieta, [3] perché appunto di queste Ore diurne il Profeta disse: Sette volte durante il giorno Ti ho cantato la lode. [4] Infatti quanto alle Vigilie notturne il medesimo Profeta dice: Nel mezzo della notte mi alzavo a celebrarti. [5] In queste Ore dunque rendiamo lodi al nostro Creatore per i giudizi della sua giustizia, cioè alle Lodi, a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro, a Compieta; e la notte leviamoci a celebrarlo.

Quanti Salmi debbano dirsi in queste Ore

Capitolo XVII

Abbiamo già stabilito l’ordine della salmodia per l’Ufficio notturno e le Lodi; ora vediamo per le altre Ore.
[2] A Prima si dicano tre salmi distinti e non sotto un solo Gloria; [3] l’inno della medesima Ora dopo il verso Deus, in adiutòrium, prima di cominciare i salmi. [4] Finiti poi i tre salmi, si reciti una sola lezione, il verso, il Kyrie eleison e le preci conclusive. [5] A Terza poi, a Sesta e a Nona l’Ufficio si celebri similmente con l’ordine suddetto: cioè il verso, gl’inni delle medesime Ore, tre salmi per ciascuna, la lezione e il verso, il Kyrie eleison e le formule di conclusione. [6] Se la comunità è abbastanza numerosa, i salmi si dicano con le antifone se piccola, tutti di seguito. [7] L’Ufficio del Vespro invece si compia cantando quattro salmi con le antifone, [8] dopo i quali si reciti la lezione, quindi il responsorio, l’inno il verso, il cantico dall’Evangelo, la prece litanica, e con l’Orazione del Signore si conchiuda.
[9] Compieta infine si celebri dicendo tre salmi, ma di seguito senza antifona; [10] quindi l’inno della medesima Ora, una sola lezione, il verso, il Kyrie eleison, e con la benedizione si ponga termine.

Con quale ordine debbano dirsi i Salmi

Capitolo XVIII

Al principio si dica il verso O Dio, volgiti in mio soccorso; Signore, affrèttati ad aiutarmi, e il Gloria; quindi l’inno di ciascuna Ora. [2] A Prima della domenica si dicano quattro strofe del salmo centodiciottesimo; [3] nelle altre Ore, cioè a Terza, a Sesta e a Nona, tre strofe per volta del suddetto salmo. [4] A Prima del lunedì si recitino tre salmi, cioè il primo, il secondo e il sesto; [5] e così per i singoli giorni fino alla domenica si dicano a Prima tre salmi al giorno, di seguito, fino al decimo nono, badando però a dividere in due il salmo nono e il diciassettesimo. [6] In tal modo alle Vigilie della domenica si comincerà sempre dal ventesimo. [7] A Terza poi, a Sesta e a Nona del lunedì si dicano le nove strofe che restano del salmo centodiciottesimo, tre per ciascuna Ora. [8] Esaurito così questo salmo in due giorni (cioè la domenica e il lunedì), [9] il martedì a Terza, a Sesta e a Nona si recitino tre salmi per volta, dal centodiciannovesimo al centoventisettesimo, cioè nove salmi; [10] e questi si ripetano sempre allo stesso modo nelle medesime Ore fino alla domenica, conservando però immutati per tutti i giorni gl’inni, le lezioni e i versi stabiliti, [11] e così si ottiene che la domenica si cominci sempre dal salmo centodiciottesimo. [12] Il Vespro poi si celebri ogni giorno col canto di quattro salmi. [13] A tal fine si prendano i salmi dal centesimo nono al centoquarantasettesimo, [14] eccettuando quelli tra essi che si metton da parte per le altre Ore (cioè dal centodiciassettesimo al centoventisettesimo, il centotrentatreesimo e il centoquarantaduesimo); [15] i rimanenti si dicano tutti a Vespro. [16] E poiché vengono a mancare tre salmi, si devono dividere quelli della suddetta serie che sono più lunghi, cioè il centotrentottesimo, il centoquarantatreesimo e il centoquarantaquattresimo; [17] invece il centosedicesimo, perché breve, si congiunga col centoquindicesimo. [18] Abbiamo così disposto per il Vespro l’ordine dei salmi; il resto, cioè la lezione, il responsorio, l’inno, il verso e il cantico, si svolga come abbiamo stabilito sopra. [19] A Compieta invece si ripetano ogni giorno i medesimi salmi, cioè il quarto, il novantesimo e il centotrentatreesimo. [20] Determinato l’ordine dei salmi per l’Ufficio diurno, tutti gli altri che rimangono si distribuiscano in parti eguali per le sette Vigilie notturne, [21] dividendo cioè quelli tra essi che sono più lunghi e assegnandone dodici per ciascuna notte. [22] Ma ci preme d’avvertire che se a qualcuno non piacerà tale ripartizione dei salmi, li disponga pure diversamente nel modo che giudicherà migliore, [23] purché si stia sempre attenti che ogni settimana sia recitato il salterio nell’intero numero di centocinquanta salmi, e che la domenica all’Ufficio notturno sempre si riprenda da capo; [24] perché nel servizio a cui si sono dedicati, si mostrano troppo pigri quei monaci che nel giro di una settimana recitano meno dell’intero salterio con i cantici consueti, [25] mentre leggiamo che i nostri santi padri in un solo giorno eseguivano alacremente ciò che noi tiepidi è da sperare che compiamo in un’intera settimana.

Come celebrare il Divino Ufficio

Capitolo XIX

Sappiamo per fede che Dio è presente dappertutto e che gli occhi del Signore guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi; [2] ma dobbiamo credere senza alcun dubbio che ciò avviene specialmente quando partecipiamo all’Opera di Dio. [3] Perciò ricordiamo sempre ciò che dice il Profeta: Servite il Signore nel timore; [4] così anche: Salmeggiate con sapienza; [5] e altrove: Ti celebrerò alla presenza degli Angeli [6] Pensiamo dunque con quali disposizioni convenga stare dinanzi a Dio ed agli Angeli suoi, [7] e celebriamo il divino Ufficio in modo che il nostro spirito concordi con la nostra voce.

Della riverenza nella preghiera

Capitolo XX

Se, quando vogliamo chiedere qualche cosa ai potenti, non osiamo farlo se non con sottomissione e rispetto, [2] quanto più a Dio, Signore dell’universo, conviene volger le suppliche con tutta umiltà e purezza di devozione [3] E siamo convinti che saremo esauditi non per le molte parole, ma per la purezza del cuore e la compunzione delle lacrime. [4] Breve perciò e pura dev’essere la preghiera, salvo che non la protraggano l’ardore e l’ispirazione della grazia divina. [5] Ma l’orazione che si fa in comune sia assolutamente breve, e quando il superiore dà il segno, si levino tutti insieme.

Dei decani del monastero

Capitolo XXI

Se la comunità è abbastanza numerosa, si scelgano dal suo seno dei fratelli di buona riputazione e di santa vita e si costituiscano decani, [2] che abbiano sollecita cura delle loro decanie  per tutte le cose secondo i precetti di Dio e le disposizioni del loro abate. [3] Per decani si eleggano monaci con i quali l’abate possa tranquillamente condividere i suoi pesi, [4] e non si scelgano secondo l’ordine d’anzianità monastica, ma secondo la dignità della vita e la scienza delle cose di Dio. [5] Se però qualcuno di questi decani, gonfio forse di qualche sentimento di superbia, fosse trovato degno di biasimo, venga ripreso una prima, una seconda e anche una terza volta; e se non si corregge, sia rimosso dall’ufficio, [6] e lo sostituisca un altro che ne sia degno. [7] Lo stesso stabiliamo per il priore.

Come debbano dormire i monaci

Capitolo XXII

I monaci dormano in un letto per ciascuno. [2] L’arredamento del letto lo ricevano secondo il proprio tenore di vita monastica, in conformità al giudizio del loro abate. [3] Se è possibile, dormano tutti in un solo ambiente; ma se il numero rilevante non lo permette, riposino a dieci o a venti insieme, con i seniori che li sorveglino. [4] Una lucerna rimanga continuamente accesa nel dormitorio sino al mattino. [5] Dormano vestiti e con i fianchi stretti di semplici cinture o funicelle, perché mentre dormono non abbiano a lato i loro coltelli e non siano da essi feriti durante il sonno; [6] in tal modo i monaci sono sempre pronti, e quando si dà il segnale, si levino senza indugio e s’affrettino a prevenirsi l’un l’altro all’Opera di Dio, serbando però sempre molta gravità e modestia. [7] I fratelli più piccoli d’età non abbiano i letti gli uni accanto agli altri, ma stiano frammisti agli anziani. [8] Quando poi si alzano per l’Opera di Dio, si esortino delicatamente a vicenda per impedire le scuse dei sonnolenti.

Della scomunica per le colpe

Capitolo XXIII

Se qualche fratello fosse trovato ribelle o disobbediente o superbo o mormoratore, ovvero si mostrasse in qualche punto non solo riottoso alla santa Regola e agli ordini dei suoi superiori, ma anche sprezzante, [2] costui sia ammonito, secondo il precetto di nostro Signore, una prima e una seconda volta dai suoi superiori segretamente. [3] Se non si correggerà, venga rimproverato pubblicamente dinanzi a tutti. [4] Se poi neppure così si emenderà, allora, se è capace di comprendere quale pena sia la scomunica, sia sottoposto ad essa; [5] se invece è insensibile, soggiaccia al castigo corporale.

Quale debba essere la misura della scomunica

Capitolo XXIV

In proporzione alla gravità della colpa deve anche misurarsi la scomunica e il castigo corporale; [2] il valutare poi il grado della colpa è interamente rimesso al giudizio dell’abate. [3] Se tuttavia qualche fratello vien trovato reo di colpe più lievi, sia privato della partecipazione alla mensa. [4] Il trattamento di chi viene così escluso dalla mensa sarà questo: nell’oratorio non canti a solo salmo o antifona né reciti lezione finché non abbia soddisfatto; [5] il cibo lo prenda da solo dopo la refezione dei fratelli, [6] sicché, se i fratelli, per esempio, mangiano all’ora sesta, egli mangi a nona; se i fratelli a nona, egli a vespro, [7] finché con una adeguata soddisfazione non abbia ottenuto il perdono.

Delle colpe più gravi

Capitolo XXV

Il fratello invece che sia reo di colpa più grave, venga escluso sia dalla mensa che dall’oratorio. [2] Nessuno dei fratelli si unisca a lui per trattare o parlare insieme di qualche cosa; [3] stia da solo al lavoro che gli è stato imposto e si mantenga nell’afflizione della penitenza, ricordando la terribile sentenza dell’Apostolo il quale afferma: [4] Un tal uomo è consegnato alla morte della carne, perché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore. [5] Il cibo pure lo prenda da solo, nella misura e nell’ora che l’abate giudicherà più opportuna per lui. [6] Non venga benedetto da alcuno che lo incontri, e non si benedica neppure il cibo che gli è dato.

Di quelli che senza permesso si uniscono agli scomunicati

Capitolo XXVI

Se qualche fratello senza permesso dell’abate oserà in qualunque modo congiungersi o parlare col fratello scomunicato o mandargli dei messaggi, [2] sia colpito d’una eguale scomunica.

Come l’abate debba essere premuroso per gli scomunicati

Capitolo XXVII

Con ogni premurosa diligenza l’abate deve curarsi dei fratelli colpevoli, perché non hanno bisogno del medico i sani, ma gl’infermi. [2] Deve perciò comportarsi del tutto come un sapiente medico, e mandare dei fratelli di fiducia, cioè dei saggi monaci anziani, [3] i quali, come di nascosto, consolino il fratello agitato, lo spingano all’umile soddisfazione e lo confortino perché non sia sommerso da eccessiva tristezza; [4] anzi, come similmente dice l’Apostolo, si dia prova a suo riguardo di maggior carità, e da tutti si preghi per lui. [5] Molta sollecitudine infatti deve usare l’abate e correre con ogni sagace industria per non perdere alcuna delle pecorelle a lui affidate. [6] Sappia d’aver preso a curare anime inferme, non ad esercitare potere dispotico sulle sane, [7] e tema la minaccia del Profeta, per bocca del quale Dio dice: Ciò che vedevate pingue, lo prendevate; ciò che invece era debole, lo gettavate via [8] Ed imiti il tenero esempio del buon Pastore, che abbandonò le novantanove pecore sui monti per andare in cerca di quell’una che si era smarrita: [9] della cui debolezza ebbe tanta compassione, che si degnò di metterla sulle divine sue spalle e così riportarla all’ovile.

Di quelli che spesso puniti non vogliono correggersi

Capitolo XXVIII

Se un fratello punito spesso per qualsivoglia colpa, e infine anche scomunicato, non si sarà neppure allora corretto, riceva ancora una più aspra punizione, sia cioè sottoposto al castigo delle battiture. [2] Se poi non si emenderà nemmeno così, ovvero  che non sia mai  levatosi in superbia vorrà pure difendere la sua condotta, allora l’abate faccia come un esperto medico: [3] se ha usato i lenitivi, se gli unguenti delle esortazioni, se i medicamenti delle divine Scritture, se infine la bruciatura della scomunica o quella delle piaghe della verga, [4] e vede che a nulla approdano le sue industrie, adoperi anche, ciò che vale ancor più, la preghiera propria e di tutti i monaci per lui, [5] perché il Signore, che tutto può, operi la salute del fratello infermo. [6] Ma se neppure in tal modo quello guarirà, allora l’abate si serva ormai del ferro dell’amputazione, come dice l’Apostolo: Stroncate da voi il cattivo [7] e così anche, Se l’infedele va via, vada pure, [8] perché una pecora infetta non ammorbi tutto il gregge.

Se i fratelli usciti dal monastero debbano essere di nuovo accettati

Capitolo XXIX

Il fratello che per propria colpa sia uscito dal monastero, se vorrà ritornare, prima prometta di correggersi pienamente del vizio per il quale è uscito, [2] e allora sia accettato, ma all’ultimo posto, perché da ciò si provi la sua umiltà. [3] Se poi uscirà di nuovo, potrà essere ricevuto a queste condizioni fino alla terza volta; ma sappia che dopo gli sarà preclusa ormai ogni possibilità di ritorno.

Come debbano punirsi i fanciulli di minore età

Capitolo XXX

Ad ogni età e ad ogni intelligenza deve corrispondere un trattamento proporzionato. [2] Perciò i fanciulli e i giovinetti, o quelli che non sono capaci d’intendere la portata della scomunica, [3] tutti questi, se commettono delle colpe, siano puniti con gravi digiuni o repressi con severe battiture, perché guariscano.

Quale debba essere il cellerario del monastero

Capitolo XXXI

A cellerario  del monastero sia scelto dal seno della comunità uno che sia saggio, di seri costumi, sobrio, non mangione, non gonfio di sé, non turbolento, non proclive all’ingiuria, non avaro, non prodigo, [2] ma timorato di Dio. Per tutta la comunità egli dev’essere come un padre. [3] Abbia cura di tutti. [4] Senza consenso dell’abate non faccia nulla; [5] stia agli ordini ricevuti. [6] Non dia motivi di dispiaceri ai fratelli; [6] se qualcuno di loro gli chiede qualcosa non ragionevolmente, non lo rattristi col disprezzo, ma sappia dir di no all’indebita richiesta col garbo della persuasione e con spirito di umiltà. [8] Custodisca l’anima propria, memore sempre di quel detto dell’Apostolo, che chi esercita bene il suo ministero, si guadagna un buon posto. [9] Degl’infermi, dei fanciulli, degli ospiti e dei poveri si prenda cura con somma diligenza, sapendo con ogni certezza che per tutti questi dovrà render conto nel giorno del giudizio. [10] Tutta la suppellettile e i beni del monastero li consideri come gli oggetti sacri dell’altare. [11] Nulla stimi trascurabile. [12] Non vada dietro all’avarizia né sia prodigo e dissipatore dei beni del monastero, ma tutto operi con discrezione e secondo il comando dell’abate. [13] Anzitutto sia umile, e quando ad uno non può concedere la cosa richiesta, gli dia una buona parola di risposta, [14] come dice la Scrittura: Una parola buona vale più d’ogni dono prezioso. [15] Si occupi solo di tutto ciò che l’abate gli avrà imposto: nelle cose invece da cui l’abate l’avrà escluso, non ardisca d’ingerirsi. [16] La porzione assegnata per il vitto la dia ai fratelli senza arroganza né indugio, perché non si scandalizzino: ricordi che cosa meriti, secondo la divina parola, chi avrà scandalizzato uno dei piccoli. [17] Se la comunità è numerosa, gli si concedano degli aiuti; coadiuvato da loro, potrà anche lui tranquillamente compiere ciò che gli è stato assegnato.
[18] Le cose che devono darsi e chiedersi, si diano e si chiedano al tempo conveniente, [19] perché nella Casa di Dio nessuno si turbi o si rattristi.

Degli arnesi e degli oggetti del monastero

Capitolo XXXII

Quanto al patrimonio del monastero in arnesi o vesti o qualunque altro oggetto, l’abate si procuri dei fratelli che gli diano affidamento per la loro vita e i loro costumi, [2] e consegni a ciascuno le cose che egli crederà meglio, perché le custodiscano e le raccolgano. [3] Di esse l’abate conservi un inventario, affinché, quando i fratelli si avvicendano l’un l’altro negli uffici, egli sappia che cosa dà e che cosa riceve. [4] Se qualcuno poi tratterà con poca pulizia o con negligenza le cose del monastero, venga ripreso. [5] Se non si emenderà, sia sottoposto alla punizione regolare.

Se i monaci debbano avere qualcosa di proprio

Capitolo XXXIII

Nel monastero bisogna soprattutto strappare fin dalle radici questo vizio: [2] nessuno ardisca dare o ricevere qualcosa senza licenza dell’abate, [3] né avere alcunché di proprio, assolutamente nulla: né libro, né tavolette, né stilo, proprio niente insomma; [4] perché i monaci non sono ormai più padroni del loro corpo né della loro volontà. [5] Invece tutte le cose necessarie devono sperarle dal padre del monastero. Né sia lecito avere alcuna cosa che l’abate non abbia data o permessa. [6] Tutto sia comune a tutti, com’è scritto; e nessuno dica o consideri qualche cosa come sua. [7] E se si scoprirà che qualcuno è incline a questo tristissimo vizio, sia ripreso una prima ed una seconda volta; [8] se non si emenderà, soggiaccia al castigo.

Se tutti debbano ricevere il necessario in misura eguale

Capitolo XXXIV

Come è scritto: Si distribuiva a ciascuno secondo il proprio bisogno. [2] Con ciò non vogliamo dire che si facciano  non sia mai  preferenze personali, ma che si tenga conto delle infermità; [3] sicché chi ha meno necessità, renda grazie a Dio e non stia di malumore; [4] chi invece è più bisognoso, si umilii per la sua infermità, e non s’insuperbisca per le attenzioni che riceve: [5] e così tutte le membra saranno in pace. [6] Soprattutto vogliamo che non si manifesti per qualunque ragione né in qualunque parola o altra espressione il vizio della mormorazione. [7] E se qualcuno sarà colto in esso, soggiaccia a ben severo castigo.

Dei settimanari di cucina

Capitolo XXXV

I fratelli si servano l’un l’altro, sicché nessuno sia dispensato dall’ufficio della cucina, se non perché infermo ovvero occupato in affare di grande utilità, [2] giacché con ciò si guadagna una maggiore ricompensa e un maggior merito di carità. [3] Ai deboli poi si procurino degli aiuti, perché non compiano il lavoro di malanimo, [4] ma abbiano tutti degli aiuti secondo le esigenze della comunità e le condizioni del luogo. [5] Se la comunità è numerosa, sia dispensato dal servizio della cucina il cellerario e quelli che siano occupati, come abbiamo detto, in uffici di maggiore utilità; [6] gli altri si prestino a vicenda il servizio in spirito di carità. [7] Chi sta per uscire dalla sua settimana, il sabato faccia le pulizie. [8] Lavino i panni con cui i fratelli si asciugano le mani e i piedi; [9] i piedi poi li lavino a tutti tanto chi esce quanto chi entra. [10] Chi esce restituisca puliti e in buono stato gli utensili del proprio ufficio al cellerario, [11] il quale a sua volta li consegnerà al fratello che entra, per sapere ciò che dà e ciò che riceve. [12] I settimanari poi un’ora prima della refezione prendano in più, sulla porzione stabilita, un bicchiere di vino per ciascuno e un po’ di pane, [13] perché all’ora del pasto servano ai loro fratelli senza lagnanze né grave fatica; [4] nei giorni solenni però aspettino sino alla comunione della Messa. [15] Sia i settimanari che entrano, sia quelli che escono, la domenica nell’oratorio, subito dopo la fine delle Lodi, si prostrino ai ginocchi di tutti, chiedendo che si preghi per loro. [16] Chi esce di settimana dica questo verso: Sii benedetto, Signore Iddio, che mi hai aiutato e consolato, [7] e quando esso è stato detto tre volte e chi esce ha ricevuto la benedizione, gli succeda chi entra e dica: O Dio, volgiti in mio soccorso; Signore, affrèttati ad aiutarmi, [18] e ripetuto anche questo verso da tutti tre volte, egli riceva la benedizione ed entri nel suo ufficio.

Dei fratelli infermi

Capitolo XXXVI

Degl’infermi si deve aver cura prima di tutto e a preferenza d’ogni altra cosa, sicché davvero si serva a loro come a Cristo in persona: [2] infatti Egli disse: Fui infermo e mi visitaste; [3] ed anche: Quel che avete fatto ad uno di questi piccoli, l’avete fatto a me. [4] Gl’infermi dal canto loro riflettano che si serve ad essi per onorare Dio, e non molestino con troppe esigenze i fratelli che li assistono; [5] d’altra parte però devono esser tollerati con pazienza, perché per tali malati si guadagna una più larga mercede. [6] Quindi l’abate curi con somma attenzione che non abbiano a soffrire qualche negligenza. [7] Per i fratelli infermi ci sia un locale distinto destinato a questo scopo, e un infermiere timorato di Dio, diligente e premuroso. [8] L’uso dei bagni si offra ai malati ogni volta che è necessario; ai sani invece e specialmente ai giovani si permetta più di rado. [9] Agl’infermi molto deboli si conceda di mangiar carne per ristorare le forze; ma appena si siano ristabiliti, si astengano tutti al solito dalle carni. [10] Solertissima cura abbia l’abate che il cellerario o gli assistenti non trascurino i malati: e cade a sua responsabilità ogni mancanza che commettono i discepoli.

Dei vecchi e dei fanciulli

Capitolo XXXVII

Benché la stessa natura umana sia portata a compassione verso queste due età, cioè dei vecchi e dei fanciulli, pure è bene che intervenga per loro anche l’autorità della Regola. [2] Si tenga sempre conto della loro debolezza, e non si applichi affatto per essi la severità della Regola riguardo agli alimenti; [3] siano piuttosto oggetto di un’amorevole indulgenza e anticipino sulle ore regolari della refezione.

Del lettore di settimana

Capitolo XXXVIII

Alle mense dei fratelli non deve mancare la lettura. Né avvenga che uno qualsiasi, a casaccio, afferri un libro e si metta a leggere a refettorio, ma ci sia un lettore stabilito per tutta la settimana, il quale entri al suo ufficio la domenica. [2] Egli, nell’entrare in ufficio, dopo la Messa e la Comunione chieda a tutti che preghino per lui, perché Dio lo tenga lontano dallo spirito di superbia; [3] e si dica nell’oratorio da tutti per tre volte questo verso, cominciato dal lettore: Signore aprirai le mie labbra, e la mia bocca dirà la tua lode. [4] E così ricevuta la benedizione, egli entri al suo servizio di lettore. [5] Si osservi a tavola un perfetto silenzio, sicché non si oda bisbiglio di alcuno, né altra voce se non quella del lettore. [6] Ciò che poi è necessario per mangiare e bere, i fratelli se lo porgano a vicenda, in modo che nessuno sia costretto a domandare alcunché. [7] Se tuttavia di qualche cosa ci fosse bisogno, si chieda col leggero suono di un oggetto qualunque piuttosto che con la parola. [8] Né ardisca alcuno fare allora qualche interrogazione sul brano che si legge o su altri punti, per non offrire occasione di parlare; [9] salvo che il superiore non voglia dire lui brevemente qualche parola per edificazione. [10] Il fratello lettore di settimana prenda un po’ di vino prima di cominciare a leggere, sia per la santa Comunione, sia perché non gli riesca troppo gravoso sopportare il digiuno; [11] dopo mangi con i settimanari di cucina e con i servitori di mensa. [12] I fratelli poi non tutti leggano o cantino in ordine d’anzianità, ma solo quelli che siano atti ad edificare gli uditori.

Della misura del cibo

Capitolo XXXIX

Crediamo che per la refezione quotidiana sia di sesta che di nona, avendo riguardo alle infermità dell’uno o dell’altro, bastino in tutti i mesi due pietanze cotte: [2] sicché se qualcuno non ha potuto mangiare della prima, si possa ristorare con l’altra. [3] Dunque due pietanze cotte bastino a tutti i fratelli. E se sarà facile procurarsi frutta o teneri legumi, se ne aggiunga una terza. [4] Di pane sia sufficiente una libbra  (Nota: unità di peso di derivazione latina. Era composta da 12 once. Il peso nei secoli è variato pur rimanendo compreso tra i 300 e 400 grammi circa) di buon peso al giorno, sia quando vi è una sola refezione, sia quando vi è il pranzo e la cena. [5] Quando si deve anche cenare, il cellerario ritenga un terzo di quella libbra per distribuirlo a cena. [6] Se per caso si fosse compiuto un lavoro più gravoso del solito, l’abate avrà piena facoltà, se gli sembrerà opportuno, di aggiungere ancora qualche cosa, [7] purché ad ogni modo si eviti l’intemperanza, e il monaco non si lasci mai cogliere dall’ingordigia. [8] Nulla infatti è così sconveniente ad ogni cristiano quanto l’eccesso del cibo, [9] come dice il Signor nostro: Siate attenti perché i vostri cuori non siano aggravati dal soverchio cibo.
[10] Ai fanciulli poi più piccoli non si dia la medesima quantità, ma inferiore a quella dei grandi, osservando in tutto la sobrietà. [11] Quanto alle carni dei quadrupedi, tutti si astengano assolutamente dal mangiarne, eccetto gl’infermi che siano molto deboli.

Della misura della bevanda

Capitolo XL

Ognuno ha il suo proprio dono da Dio; chi uno chi un altro, [2] ed è per ciò che stabiliamo con una certa perplessità la misura del vitto altrui. [3] Nondimeno, avendo considerazione della debolezza dei più bisognosi, crediamo che basti per ciascuno un’emina  (Nota: misura romana che equivale ad un quarto di litro) di vino al giorno. [4] Quelli poi a cui Dio concede di sapersene astenere, siano convinti che ne riceveranno una particolare ricompensa. [5] Se poi la condizione del luogo o il lavoro speciale o il calore dell’estate richiedesse un supplemento, il superiore abbia facoltà di darlo, ma vigili attentamente perché nessuno giunga alla sazietà o all’ubriachezza. [6] Leggiamo, è vero, che il vino non è per i monaci: ma poiché ai monaci dei tempi nostri ciò non si può fare comprendere, conveniamo almeno in questo, di non bere fino alla sazietà, ma moderatamente, [7] perché il vino fa traviare anche i saggi. [8] Quando poi le condizioni del luogo son tali che non si possa trovare neppure la suddetta misura, ma se ne trovi molto di meno o addirittura nulla, benedicano Dio i monaci che vi abitano, e non mormorino: [9] di questo soprattutto li ammoniamo, che si tengano lontani da ogni mormorazione.

In quali ore i fratelli debbano prendere i pasti

Capitolo XLI

Dalla santa Pasqua sino a Pentecoste i fratelli pranzino a sesta e cenino la sera., Da Pentecoste poi e per tutta l’estate, se i monaci non hanno forti lavori campestri o l’eccessivo calore della stagione non l’impedisce, il mercoledì e il venerdì digiunino sino a nona; [3] negli altri giorni pranzino a sesta. [4] Ma se avranno lavori nei campi o se il caldo dell’estate sarà soverchio, anche in quei due giorni il pranzo sarà a sesta: e ciò sia rimesso al provvido giudizio dell’abate. [5] Ed egli tutto moderi e disponga in modo che le anime si salvino, e quello che i fratelli fanno, lo facciano senza fondato motivo di mormorazione. [6] Dal 13 di settembre fino all’inizio della Quaresima prendano il pasto sempre a nona. [7] In Quaresima poi, fino a Pasqua, mangino all’ora di vespro. [8] L’Ufficio di Vespro però si celebri a un’ora tale, per cui durante il pasto non sia necessario il lume della lucerna, ma si compia tutto mentre ancora è giorno. [9] Del resto anche in tutti gli altri tempi tanto l’ora della cena quanto quella dell’unica refezione si regoli in modo, che tutto si faccia con la luce del giorno.

Che dopo Compieta nessuno parli

Capitolo XLII

Sempre i monaci devono osservare con cura il silenzio, ma soprattutto nelle ore notturne. [2] Perciò in ogni tempo, sia nei giorni di digiuno che in quelli del doppio pasto, le cose si disporranno nel seguente modo. [3] Se è un giorno di doppia refezione, appena si sono alzati da cena, vadano tutti a sedersi insieme, ed uno legga le Collazioni o le Vite dei Padri o altra opera che edifichi gli ascoltatori; [4] ma non i primi sette libri della Bibbia o quelli dei Re, perché alle menti deboli non sarebbe utile a quell’ora udire questi libri della Scrittura, che però in altri tempi si devono leggere.
[5] Se poi è giorno di digiuno, celebrato il Vespro si lasci un breve intervallo, e quindi vadano alla lettura in comune delle Collazioni, come si è detto; [6] si leggano quattro o cinque fogli o quanto l’ora permette, [7] e durante quest’indugio della lettura tutti si raccolgano insieme, anche quelli che si trovino occupati in qualche incombenza del loro ufficio. [8] Radunati dunque così tutti insieme, dicano Compieta; e quando ne escono, a nessuno sia più lecito di proferire alcuna parola. [9] Se si troverà qualcuno a trasgredire questa regola del silenzio, sia sottoposto a grave castigo, [10] eccetto il caso che sia sopraggiunta la necessità di trattare con ospiti o che l’abate abbia comandato ad uno qualche cosa: [11] ma anche allora tutto si compia con somma gravità e delicatissimo ritegno.

Di quelli che giungono tardi all’Ufficio divino o alla mensa

Capitolo XLIII

Quando è l’ora del divino Ufficio, appena udito il segno, si lasci subito qualunque cosa si abbia tra le mani e si corra con somma sollecitudine, [2] ma sempre con gravità, perché non vi trovi incentivo la leggerezza. [3] Dunque all’Opera di Dio non s’anteponga nulla. [4] Se qualcuno all’Ufficio notturno giungerà dopo il Gloria del salmo novantesimo quarto, che appunto per ciò vogliamo che si canti molto posatamente e con lentezza, non stia in coro al posto suo, [5] ma si fermi all’ultimo posto, o nel luogo appartato che l’abate avrà stabilito per tali negligenti perché siano veduti da lui e da tutti, [6] ed ivi rimanga fino al termine del divino Ufficio: allora darà soddisfazione con una pubblica penitenza. [7] Abbiamo ritenuto poi opportuno che essi restino in ultimo o in disparte, perché vedendosi esposti allo sguardo di tutti, almeno per la stessa vergogna si correggano. [8] A lasciarli infatti fuori dell’oratorio, ci sarà forse qualcuno che ritorni a letto e si addormenti, oppure se ne sieda fuori a suo bell’agio, o anche si dia a chiacchierare, prestando così occasione al demonio. [9] Invece entrino dentro, perché non perdano proprio tutto, e si emendino per l’avvenire. [10] Nelle Ore del giorno, chi dopo il verso e il Gloria del primo salmo che segue al verso non sia ancora giunto all’Opera di Dio, stia in ultimo secondo la norma suddetta, [11] e non ardisca, fino a soddisfazione compiuta, di associarsi al coro dei fratelli salmodianti, a meno che l’abate per sua indulgenza non glielo permetta; [12] anche in tal caso però il reo deve fare la soddisfazione della sua colpa. [13] Alla mensa poi, chi non sia arrivato prima del verso, in modo che tutti insieme dicano il verso e preghino, e tutti insieme pure si siedano a mensa, [14] se la mancanza è dovuta a negligenza o cattiva volontà, sia ripreso per questa colpa sino alla seconda volta. [15] Se ancora non si corregge, sia escluso dalla partecipazione alla mensa comune, [16] e appartato dal consorzio di tutti i fratelli mangi da solo, privato pure della sua porzione di vino, finché non abbia soddisfatto e non si sia emendato. [17] A simile pena soggiaccia chi non sia stato presente al verso che si dice dopo il pasto. [18] E nessuno ardisca prendere del cibo o della bevanda prima o dopo dell’ora stabilita. [19] Chi poi rifiuta qualche cosa che il superiore gli offre, quando desidererà ciò che prima ha ricusato od altro, non riceva assolutamente nulla, finché non dia conveniente prova d’essersi corretto.

Come debbano fare la soddisfazione gli scomunicati

Capitolo XLIV

Colui che per gravi colpe è scomunicato dall’oratorio e dalla mensa, quando il divino Ufficio nell’oratorio ha termine, se ne giaccia prostrato avanti la porta dell’oratorio: non dica nulla, [2] ma solo stia lì prosteso, col capo volto a terra, ai piedi di tutti i fratelli che escono dall’oratorio. [3] E ciò continui a fare finché l’abate giudicherà sufficiente la soddisfazione. [4] Quando poi ne avrà avuto dall’abate l’invito, vada e si getti ai suoi piedi, e quindi ai piedi di tutti, perché preghino per lui. [5] E allora, se l’abate ne darà licenza, venga riammesso in coro al suo posto o a quello che l’abate avrà stabilito, [6] sempre però a condizione che non osi nell’oratorio a solo cantare né recitare salmo o lezione o altro, se l’abate non gli dia un ulteriore permesso. [7] E in tutte le Ore, quando l’Opera di Dio finisce, si prostri a terra nel posto dov’è. [8] E così soddisfaccia finché l’abate ancora una volta non gli ordini di cessare ormai da questa penitenza. [9] Quelli poi che per colpe lievi sono scomunicati solo dalla mensa, facciano la soddisfazione nell’oratorio fino al comando dell’abate, [10] e la ripetano finché egli dia la benedizione e dica: Basta.

Di quelli che sbagliano nell’oratorio

Capitolo XLV

Se qualcuno sbaglia nel recitare salmo, responsorio, antifona o lezione, e non si umilia subito lì stesso col soddisfare dinanzi a tutti, sia sottoposto a più grave punizione, [2] poiché non ha voluto correggere con l’umiltà l’errore commesso per negligenza. [3] I fanciulli poi per tale colpa siano battuti.

Di quelli che commettono qualunque altro fallo

Capitolo XLVI

Se qualcuno, mentre attende a un lavoro qualsiasi in cucina, nella dispensa, nei servizi, nel molino, nell’orto, in qualche arte, o mentre si trova in qualunque altro luogo commette un fallo, [2] o rompe o perde un oggetto, o si rende in qualsiasi luogo reo di qualche mancanza, [3] e non viene subito dinanzi all’abate o alla comunità a soddisfare da sé e a confessare la sua colpa, [4] quando questa fosse conosciuta per mezzo di altri, venga sottoposto a maggiore castigo. [5] Se poi si tratterà di un morbo occulto nel segreto della coscienza, si manifesti soltanto all’abate o ai seniori spirituali, [6] che sappiano curare le piaghe proprie e le altrui, e non svelarle e renderle di pubblico dominio.

Come debba annunziarsi l’ora del Divino Ufficio

Capitolo XLVII

La cura d’annunziare l’ora per il divino Ufficio del giorno e della notte l’abate deve o prenderla per sé o affidarla ad un fratello molto attento, in modo che tutto si compia alle ore assegnate. [2] I salmi poi e le antifone le cantino a solo dopo l’abate, per ordine, quelli che ne hanno avuto l’incarico. [3] Cantare e leggere non ardisca se non chi è atto a compiere tale ufficio in modo da edificare gli uditori; [4] d’altra parte è questo un compito da eseguirsi con umiltà e gravità e grande riverenza, e solo da chi ne abbia ricevuto l’ordine dall’abate.

Del lavoro manuale quotidiano

Capitolo XLVIII

L’ozio è nemico dell’anima; e quindi i fratelli devono in alcune determinate ore occuparsi nel lavoro manuale, e in altre ore, anch’esse ben fissate, nello studio delle cose divine. [2] Perciò pensiamo di regolare i tempi dell’una e dell’altra occupazione con l’ordinamento che segue. [3] Da Pasqua fino al primo ottobre, la mattina da quando escono da Prima sin quasi all’ora quarta si occupino nei vari lavori necessari; [4] dalla quarta sino all’ora in cui celebreranno Sesta attendano allo studio. [5] Dopo l’ora sesta poi, quando si sono alzati da tavola, si riposino sui loro letti in perfetto silenzio; se qualcuno però vorrà starsene a leggere da solo, legga pure per conto suo, ma in modo da non disturbare gli altri. [6] E si celebri Nona un po’ più presto, verso la metà dell’ora ottava, e di nuovo vadano ai lavori assegnati, fino a vespro. [7] Se poi le condizioni del luogo o la povertà richiedono che gli stessi monaci si occupino nel raccogliere i frutti della terra, non ne siano malcontenti, [8] perché allora sono veri monaci quando vivono col lavoro delle loro mani, come i nostri padri e gli Apostoli. [9] Tutto però si faccia con discrezione, tenendo conto dei più deboli. [10] Dal primo ottobre fino all’inizio della Quaresima, attendano allo studio fino a tutta l’ora seconda; [11] finita questa, si celebri Terza, e fino a Nona tutti si occupino nel lavoro ad essi prescritto. [12] Appena poi si dà il primo segnale di Nona, ciascuno smetta di lavorare; e si trovino tutti pronti quando suonerà il secondo segno. [13] Dopo la refezione poi attendano alle loro letture o ai salmi. [14] Nei giorni di Quaresima, dal mattino fino a tutta l’ora terza si diano alle loro letture e poi fino a tutta l’ora decima si applichino al lavoro ad essi imposto. [15] In questi giorni di Quaresima ciascuno riceva un libro della biblioteca, e lo legga per ordine da capo a fondo. [16] Tali libri devono essere consegnati al principio di Quaresima. [17] Si pensi bene poi ad affidare ad uno o due seniori il compito di girare per il monastero nelle ore in cui i fratelli attendono alla lettura, [18] e di osservare se per caso non vi sia qualche fratello fannullone che si dà all’ozio o alle chiacchiere e non si occupa nella lettura, sicché non solo è inutile a sé stesso, ma disturba pure gli altri. [19] Se si trovasse  non sia mai  un fratello simile, venga ripreso una prima e una seconda volta; [20] se non si emenda, soggiaccia al castigo regolare in tal misura che gli altri ne abbiano timore. [21] Né un fratello si accompagni a un altro nelle ore non permesse. [22] Anche la domenica si diano tutti alla lettura, eccetto quelli che siano assegnati all’uno o all’altro ufficio. [23] Se poi qualcuno fosse così negligente e svogliato da non volere o non potere studiare o leggere, gli s’imponga qualche cosa da fare, perché non stia ozioso. [24] Ai fratelli infermi o di delicata costituzione si assegni un lavoro o un’arte tale che da una parte li mantenga occupati, e dall’altra non li opprima con la soverchia fatica o non li induca ad andar via: [25] la loro debolezza deve essere dall’abate tenuta in considerazione.

Dell’osservanza della Quaresima

Capitolo XLIX

È vero che in ogni tempo la vita del monaco dovrebbe avere il tenore di una vera Quaresima: [2] tuttavia, poiché tale virtù è di pochi, raccomandiamo che in questi giorni di Quaresima si custodisca la propria vita con somma purezza, [3] e insieme si cancellino, in questi giorni santi, le negligenze degli altri tempi dell’anno. [4] Ora tutto ciò si fa convenientemente, se ci asteniamo da ogni peccato e attendiamo con impegno alla preghiera accompagnata dalle lacrime, alla lettura, alla compunzione del cuore e all’astinenza. [5] Perciò in questi giorni aggiungiamo qualche cosa all’ordinario compito del nostro servizio, come speciali preghiere o astinenza di cibo o di bevanda, [6] sicché ciascuno oltre alla misura impostagli offra qualcosa a Dio spontaneamente col gaudio dello Spirito Santo: [7] sottragga cioè al suo corpo un po’ del cibo, della bevanda, del sonno, della loquacità, della leggerezza, e con gioia di soprannaturale desiderio aspetti la santa Pasqua. [8] Ciò però che ciascuno vuole offrire, lo manifesti umilmente al suo abate, e lo faccia con la sua preghiera ed approvazione, [9] perché quanto si fa senza permesso del padre spirituale, sarà imputato a presunzione e a vanagloria, non a mercede. [10] Tutto quindi deve compiersi con il consenso dell’abate.

Dei fratelli che lavorano lontano dall’oratorio o si trovano in viaggio

Capitolo L

I fratelli che sono assai lontano al lavoro e non possono all’ora assegnata accorrere all’oratorio, [2] se l’abate riconosce che la cosa è veramente così, [3] recitino il divino Ufficio sul luogo stesso dove lavorano, piegando le ginocchia con somma riverenza a Dio. [4] Similmente quelli che sono mandati in viaggio non lascino passare le ore stabilite per l’Ufficio, ma lo recitino per conto loro come meglio possono e non trascurino di soddisfare il debito del loro servizio.

Dei fratelli che vanno fuori non molto lontano

Capitolo LI

Un fratello che sia inviato fuori per qualche affare con la previsione che possa tornare al monastero in quel medesimo giorno, non ardisca di mangiare fuori, anche se qualcuno, chiunque sia, lo invitasse con insistenza; [2] salvo il caso che l’abate ne abbia dato il permesso. [3] Chi agirà diversamente, sia scomunicato.

Dell’oratorio del monastero

Capitolo LII

L’oratorio sia ciò che dice il suo nome; e in esso non si faccia né si riponga niente di estraneo. [2] Cessato il divino Ufficio, tutti escano in sommo silenzio, e si abbia gran rispetto a Dio, [3] sicché il fratello che voglia rimanersene a pregare per conto suo non sia impedito dall’importunità altrui. [4] Ma anche se in altri momenti uno desidera pregare in segreto per proprio conto, semplicemente entri e preghi, e non a voce alta, ma con le lacrime ed il fervore interno. [5] Perciò chi non attende all’orazione, quando è finito il divino Ufficio non si creda lecito, come abbiamo detto, di indugiarsi nell’oratorio, perché altri non ne soffrano molestia.

Come debbano essere accolti gli ospiti

Capitolo LIII

Tutti gli ospiti che sopraggiungano, siano ricevuti come Cristo, perché Egli dirà: Fui ospite e mi accoglieste; [2] e a tutti si renda il conveniente onore, specialmente poi a quanti ci sono familiari secondo la fede, ed ai pellegrini. [3] Appena dunque è stato annunziato un ospite, il superiore o i fratelli gli vadano incontro con ogni dimostrazione di carità; [4] ma prima preghino insieme, e solo allora si accomunino a lui nella pace. [5] Tale bacio di pace appunto non dev’essere offerto se non dopo che si è pregato, ad evitare le illusioni diaboliche. [6] Perfino nel modo di salutare si mostri somma umiltà a tutti gli ospiti che giungono o partono: [7] inchinato il capo o prostrato tutto il corpo a terra, si adori in essi Cristo che viene accolto. [8] Ricevuti dunque gli ospiti, siano condotti all’orazione, e dopo si sieda con loro il superiore o un fratello da lui incaricato. [9] Si legga dinanzi all’ospite la Legge divina per edificarlo, e poi gli si offra ogni segno di premurosa benevolenza. [10] Il superiore per riguardo all’ospite rompa pure il digiuno, purché non si tratti d’uno speciale giorno di digiuno che non possa esser violato; [11] i fratelli invece seguano i consueti digiuni. [12] L’acqua alle mani la versi agli ospiti l’abate; [13] i piedi a tutti gli ospiti li lavino sia l’abate che tutta la comunità, [14] e finita la lavanda dicano questo verso: Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia nel mezzo del tuo tempio. [15] I poveri e i pellegrini siano accolti con particolari cure ed attenzioni, perché specialmente in loro si riceve Cristo, mentre ai ricchi si porta rispetto per la stessa soggezione che incutono. [16] La cucina dell’abate e degli ospiti sia a parte, di modo che in qualunque ora vengano all’improvviso gli ospiti, che nel monastero non mancano mai, i fratelli non ne siano disturbati. [17] A prestare servizio in questa cucina entrino per tutto un anno due fratelli ben adatti a tale compito. [18] A loro, secondo che ne abbiano bisogno, si procurino degli aiuti, perché servano senza mormorare; quando invece mancano di lavoro, vadano ad occuparsi dove vien loro comandato. [19] E non solo per essi, ma anche per tutti gli ufficiali del monastero sia questa la norma, [20] che quando han bisogno di aiuti, ne vengano provvisti, e quando invece sono liberi, si occupino dove vuole l’obbedienza. [21] Similmente la foresteria sia affidata ad un fratello che abbia l’anima posseduta dal timor di Dio; [22] in essa vi sia un numero sufficiente di letti arredati, e la casa di Dio sia amministrata da saggi e saggiamente. [23] Nessuno poi, se non ne ha ricevuto l’incombenza, si accompagni o parli con gli ospiti; [24] ma se li incontra o li vede, li saluti umilmente, come abbiamo detto, e chiesta la benedizione passi oltre, dicendo che non gli è permesso di parlare con l’ospite.

Se il monaco debba ricevere lettere o altra cosa

Capitolo LIV

Non sia affatto permesso al monaco, senza il consenso del suo abate, di ricevere dai suoi parenti o da alcun’altra persona, né di dar loro, né di scambiare con gli altri fratelli lettere, o pii regali, o qualsiasi piccolo dono. [2] Se anche dai suoi parenti gli fosse mandata qualche cosa, non ardisca di accettarla senza averne prima avvisato l’abate. [3] E l’abate, anche se consentirà che si riceva, avrà libera facoltà di consegnarla a chi vuole; [4] né perciò si rattristi il fratello a cui la cosa era stata inviata, perché non si presti occasione al demonio. [5] Chi poi oserà fare altrimenti, sia sottoposto alla disciplina regolare.

Delle vesti e delle calzature dei fratelli

Capitolo LV

Le vesti si diano ai fratelli secondo le condizioni e il clima dei luoghi dove abitano, [2] perché nelle regioni fredde se ne ha più bisogno, nelle calde meno. [3] Giudicare di questo spetta dunque all’abate. [4] Noi tuttavia, per i luoghi temperati, riteniamo che bastino per ciascun monaco la tunica, la cocolla [5] (una pelosa per l’inverno, ed una liscia o già vecchia per l’estate), [6] lo scapolare per il lavoro, le calze e le scarpe per ricoprire i piedi. [7] Del colore o della qualità di tutti questi indumenti i monaci non facciano questione, ma si contentino di quelli che possono trovarsi nella regione dove abitano e di ciò che può comprarsi a minor prezzo. [8] Quanto però alla misura, l’abate provveda che le vesti non siano corte per quelli che devono usarle, ma di giusto taglio.  [9] Nel ricevere vesti nuove restituiscano lì per lì le vecchie, da riporre nella guardaroba per i poveri. [10] Basta infatti al monaco avere due tuniche e due cocolle, perché si possano cambiare la notte e si abbia l’agio di lavarle; [11] quel che è in più, è già superfluo: e deve eliminarsi. [12] Anche le calze ed ogni oggetto usato lo restituiscano quando ricevono il nuovo. [13] Quelli che sono mandati in viaggio abbiano i femorali dalla guardaroba, ed ivi pure, al ritorno, li riportino lavati. [14] Anche le cocolle e le tuniche per il viaggio siano alquanto migliori di quelle che hanno usualmente; nell’uscire per il viaggio le prendano dal vestiario e al ritorno le restituiscano.  [15] Come arredamento del letto siano sufficienti il pagliericcio, la coperta leggera, quella pesante, e il guanciale. [16] I letti poi devono essere sovente ispezionati dall’abate, chissà non vi si trovi qualcosa di proprietà privata. [17] E se a qualcuno si scoprirà una cosa che non abbia ricevuta dall’abate, gli si applichi una gravissima punizione. [18] E perché questo vizio della proprietà sia strappato fin dalle radici, l’abate dia tutto ciò che è necessario, [19] cioè la cocolla la tunica, le calze, le scarpe, la cintura, il coltello, lo stilo, l’ago, il fazzoletto, le tavolette, in modo da togliere ogni pretesto di bisogno. [20] L’abate però abbia sempre presente quella sentenza degli Atti degli Apostoli, che si dava a ciascuno secondo le sue necessita (At. [4], [35] ). [21] Allo stesso modo dunque anche lui tenga conto delle necessità dei bisognosi, non della cattiva volontà degl’invidiosi; [22] nondimeno in tutte le sue decisioni si ricordi del giudizio di Dio.

Della mensa dell’Abate

Capitolo LVI

La mensa dell’abate sia sempre con gli ospiti e con i pellegrini. [2] Quando poi ci sono pochi ospiti, egli può chiamarvi i fratelli che vuole. [3] Ma uno o due seniori bisogna sempre lasciarli con i fratelli per la disciplina.

Di quelli che esercitano un’arte nel monastero

Capitolo LVII

Se nel monastero vi sono fratelli esperti in qualche arte, la esercitino pure, ma con tutta umiltà e solo con il consenso dell’abate. [2] Se però qualcuno di loro s’insuperbisce per la perizia che ha nell’arte sua, perché crede di portare un utile al monastero, [3] costui sia tolto dall’esercizio di quell’arte e non vi sia più ammesso, salvo che non si umilii e l’abate non glielo permetta di nuovo. [4] Se poi qualche prodotto del lavoro di tali artigiani si debba vendere, quelli che hanno l’incombenza di trattare la cosa siano cauti a non commettere alcuna frode: [5] si ricordino sempre di Anania e Safira, perché la morte che questi subirono nel corpo, [6] essi e tutti quelli che avranno defraudato le sostanze del monastero non abbiano a soffrirla nell’anima. [7] Negli stessi prezzi poi non s’insinui il vizio della cupidigia, [8] ma si venda sempre a prezzi un po’ inferiori a quelli correnti fra i secolari, [9] perché in tutto sia glorificato Dio.

Della procedura per l’accettazione dei fratelli

Capitolo LVIII

Quando un nuovo aspirante viene alla vita monastica, non lo si ammetta tanto facilmente; [2] ma, come dice l’Apostolo, provate gli spiriti, se siano secondo Dio. [3] Se dunque chi è venuto persevererà a picchiare, e dopo quattro o cinque giorni si vedrà che ha saputo tollerare con pazienza le ingiurie inflittegli e la difficoltà dell’ingresso, e che persiste ancora nella sua domanda, [4] gli si conceda d’entrare, e stia per pochi giorni nella foresteria. [5] Dopo invece dimori nel locale dei novizi, dove essi si esercitino, mangino e dormano. [6] E venga destinato a loro un anziano che sia adatto a guadagnare anime; ed egli li scruti con somma attenzione. [7] Si preoccupi di osservare se il novizio cerchi davvero Dio, se sia fervoroso per l’Opera di Dio, per l’obbedienza, per la tolleranza delle umiliazioni.  [8] Gli si prospetti tutto ciò che di duro e di penoso ha la strada che conduce a Dio. [9] Se prometterà d’essere perseverante nella sua stabilità, dopo che son passati due mesi gli si legga per ordine questa Regola, [10] e gli si dica: Ecco la legge sotto la quale vuol militare; se puoi osservarla, entra, se non puoi, va’ pure via liberamente.  [11] Se ancora persisterà, venga condotto nel suddetto locale del noviziato e di nuovo sia provato in ogni esercizio di pazienza. [12] Dopo il corso di sei mesi gli si legga la Regola, perché sappia quale vita intende abbracciare. [13] E se ancora sta fermo, dopo quattro mesi gli si rilegga ancora una volta la medesima Regola. [14] Se poi dopo matura riflessione prometterà di esser fedele in tutto e di eseguire ogni prescrizione, allora sia accolto nella comunità; [15] ma sappia bene che anche l’autorità della Regola stabilisce che non gli è ormai più lecito da quel giorno uscire dal monastero, [16] né scuotere il collo da quel giogo della Regola, che sì lunga ponderazione ebbe libertà di declinare o di accettare.  [17] Il novizio che dev’essere ammesso prometta nell’oratorio alla presenza di tutti la sua stabilità, la conversione dei suoi costumi e l’obbedienza, [18] dinanzi a Dio e ai suoi Santi, perché, se dovesse un giorno far diversamente, sappia che ne sarà condannato da Colui del quale si burla. [19] Di tale promessa redìga una carta di petizione nel nome dei Santi di cui si conservano lì le reliquie, e dell’abate presente. [20] Questa carta la scriva lui di sua mano, oppure, se egli è ignaro di lettere, la scriva a sua richiesta un altro, e quel novizio vi apponga un segno; di sua mano poi la collochi sull’altare. [21] Quando ve l’ha posta, il novizio cominci subito a cantare questo verso: Accoglimi, Signore, secondo la tua parola, e vivrò: e non mi lasciar deluso nelle mie speranze. [22] Tutta la comunità risponda al versetto per tre volte e aggiunga infine il Gloria al Padre.
[23] Allora quel fratello novizio si prostri ai piedi di ciascuno, perché preghino per lui, e da quel giorno sia ormai computato fra i membri della comunità. [24] Se ha delle sostanze, o le dispensi prima ai poveri, o le passi al monastero con una donazione legale, non riservando per sé nulla di tutti i suoi beni, [25] poiché sa che da quel giorno egli non sarà più padrone neppure del proprio corpo. [26] Subito dopo dunque sia spogliato nell’oratorio degli abiti propri che indossa e sia vestito di quelli del monastero. [27] Quelle vesti però che ha smesse, siano riposte nel guardaroba per esservi conservate, [28] in modo che, se un giorno dovesse  non sia mai  acconsentire al diavolo e uscire dal monastero, venga svestito della roba del monastero e mandato via. [29] Quella sua carta però che l’abate prese dall’altare, non gli si restituisca, ma rimanga custodita nel monastero.

Dei figli di ricchi o dei poveri che vengono offerti

Capitolo LIX

Se mai qualche ricco offre il figlio a Dio nel monastero, e il fanciullo è ancora minorenne, i genitori stendano la petizione suddetta, [2] e con l’oblazione della Messa avvolgano la carta della petizione e la mano del fanciullo nella tovaglia dell’altare, e così lo offrano. [3] Dei loro beni poi in quella carta promettano sotto giuramento, che né da sé, né per interposta persona, né in qualunque altro modo gli daranno mai alcuna cosa, né gli presteranno mai occasione di averla; [4] oppure, se non vogliono far ciò e desiderano per compenso offrire qualcosa al monastero in elemosina, [5] facciano regolare donazione al monastero dei beni che intendono dare, riservandosene, se così preferiscono, l’usufrutto. [6] E tutte le vie siano precluse in tal modo, che al fanciullo non rimanga nessun appiglio di illusione per cui possa  non sia mai  ingannarsi e perire: ciò che abbiamo appreso per esperienza. [7] Allo stesso modo procedano quelli di condizione meno agiata. [8] Coloro poi che non possiedano affatto nulla, stendano semplicemente la petizione e con l’oblazione del Sacrificio offrano il loro figlio dinanzi a testimoni.

Dei sacerdoti che volessero stabilirsi nel monastero

Capitolo LX

Se qualcuno dell’ordine sacerdotale domanda di esser ricevuto nel monastero, non gli si acconsenta troppo presto. [2] Tuttavia se persevera con insistenza in tale richiesta, sappia che egli dovrà osservare tutta la disciplina della Regola; [3] né alcun punto di essa verrà mitigato a suo favore, sicché gli si potrà dire come sta scritto: Amico, a qual fine sei venuto? [4] Gli si conceda nondimeno di prender posto dopo l’abate, di benedire e di celebrare la Messa, purché l’abate glielo comandi, [5] altrimenti non pretenda in alcun modo nulla, convinto di essere soggetto alla disciplina regolare; anzi a tutti offra esempi di umiltà.  [6] E se occorrerà nel monastero la nomina ad un ufficio o qualche altro grave affare, [7] egli sia considerato secondo il posto che gli spetta per anzianità d’ingresso nel monastero, non secondo quello che gli è stato concesso per riverenza al sacerdozio. [8] Se poi qualche chierico, spinto dallo stesse desiderio, vorrà essere aggregato al monastero, sia collocato in un posto intermedio, [9] ma anche lui a condizione che prometta l’osservanza della Regola e la propria stabilità.

Come debbano accogliersi i monaci pellegrini

Capitolo LXI

Se un monaco pellegrino, sopraggiunto da lontane regioni, vuole abitare come ospite nel monastero [2] ed è contento del tenore di vita che trova nel luogo e non turba con le sue pretese la comunità, [3] ma si contenta con semplicità di ciò che trova, sia pure ricevuto per quanto tempo desidera. [4] Anzi, se egli ragionevolmente e con umile carità biasima o suggerisce qualche cosa, l’abate esamini prudentemente se il Signore non lo abbia inviato proprio a questo fine. [5] Se poi dopo vorrà stabilirsi definitivamente nel monastero, non si respinga questo suo desiderio, tanto più che nel tempo in cui vi ha dimorato si è potuta ben conoscere la sua vita.  [6] Se però mentre è stato ospite si è dimostrato troppo esigente o vizioso, non solo non deve venir aggregato al corpo della comunità, [7] ma dev’essere anche con bel garbo invitato a partirsene, perché dalla sua miseria non soffrano contagio pure gli altri. [8] Se invece non è tale da meritare l’espulsione, non solo lo si accolga in comunità se egli ne fa richiesta, [9] ma anche lo si persuada a rimanere, affinché gli altri imparino dal suo esempio: [10] del resto in ogni luogo si serve al medesimo Signore e si milita per il medesimo Re. [11] Anzi, se l’abate s’accorgerà che ne sia meritevole, potrà pure collocarlo ad un posto alquanto più elevato. [12] E non solo ad un monaco, ma anche ad uno che venga dai suddetti gradi dei sacerdoti o dei chierici, l’abate può assegnare un posto superiore a quello dovuto per l’ingresso nel monastero, se ha notato che la loro condotta lo merita. [13] Badi bene però l’abate a non ammettere mai nella propria comunità un monaco d’un altro noto monastero senza il consenso o le lettere commendatizie del suo abate, [4] perché è scritto: Ciò che non vuoi fatto a te, non farlo ad altri.

Dei sacerdoti del monastero

Capitolo LXII

Se un abate vorrà che un monaco gli venga ordinato sacerdote o diacono, scelga tra i suoi chi sia degno di esercitare l’ufficio sacerdotale. [2] L’ordinato poi si guardi dalla vanagloria e dalla superbia, [3] e non ardisca far nulla fuori di ciò che l’abate gli comanda, ricordandosi di dover essere più degli altri sottomesso alla disciplina regolare. [4] Né col pretesto del suo sacerdozio dimentichi l’obbedienza alla Regola e la disciplina, ma anzi progredisca sempre più nelle vie di Dio. [5] Conservi sempre il posto che gli spetta secondo il suo ingresso in monastero [6] eccetto che per le funzioni dell’altare, e salvo il caso che il voto della comunità e la volontà dell’abate non lo abbiano promosso per il merito della sua vita. [7] Ma anche allora sappia che gli tocca osservare la disciplina stabilita riguardo ai decani ed ai priori. [8] Se oserà agire diversamente, sia considerato non sacerdote ma ribelle. [9] E se, avvertito più volte, non si correggerà, si chiami anche il vescovo a testimone. [10] Se poi non si emenderà neppure così e le sue colpe diverranno sempre più manifeste, venga espulso dal monastero, [11] purché però sia stato così ostinato da non volere sottomettersi ed obbedire alla Regola.

Dell’ordine della comunità

Capitolo LXIII

Tutti nel monastero conservino i loro posti secondo la distinzione determinata dal tempo d’ingresso, o dal merito della condotta, o dalla volontà dell’abate. [2] L’abate però non scompigli il gregge che gli è stato affidato, né comandi alcuna cosa ingiustamente quasi facendo uso d’un potere dispotico; [3] ma pensi sempre che di tutti i suoi giudizi ed azioni dovrà rendere conto a Dio.  [4] Dunque secondo i posti che stabilirà lui o che i fratelli avranno da sé, così si seguano nell’andare al bacio di pace e alla Comunione, nel cantare i salmi, nello stare in coro; [5] e in tutti i luoghi l’età non dev’esser criterio di distinzione né di preferenza per i posti, [6] perché Samuele e Daniele ancora fanciulli furono giudici degli anziani. [7] Perciò, eccetto quelli che, come abbiamo detto, per ragioni superiori e per fondati motivi l’abate avrà preposti o degradati, tutti gli altri abbiano il posto secondo il tempo in cui sono entrati: [8] sicché, per esempio, chi è venuto in monastero alla seconda ora del giorno deve ritenersi più giovane di chi è venuto alla prima ora, qualunque sia la sua età o il suo grado sociale. [9] Per i fanciulli però in tutto e da tutti si conservi la disciplina. [10] I più giovani onorino dunque quelli che sono più anziani di loro, gli anziani amino i più giovani. [11] Nello stesso chiamarsi a nome, nessuno si permetta di chiamare un altro col semplice nome, [12] ma gli anziani diano ai giovani l’appellativo di fratelli, e i più giovani usino per gli anziani il nome di nonni, che significa Paterna Riverenza. [13] L’abate poi, giacché si sa per fede che fa le veci di Cristo, sia chiamato signore e abate, non per presunzione sua, ma per onore ed amore di Cristo. [14] Dal canto suo egli pensi alla sua dignità, e si dimostri meritevole di tale onore. [15] Dovunque i fratelli s’incontrano, il più giovane chieda la benedizione al più anziano; [16] quando passa un anziano; il più giovane si alzi e gli offra da sedere; né ardisca di sedersi con lui se l’anziano non glielo permetta, [17] perché si avveri ciò che è scritto: Prevenitevi a vicenda nel rendervi onore. [18] I fanciulli piccoli e gli adolescenti nell’oratorio e a mensa conservino secondo la disciplina i loro posti; [19] fuori invece e in qualunque altro luogo stiano sotto custodia e disciplina, finché non giungano all’età della discrezione.

Dell’elezione dell’Abate

Capitolo LXIV

Nell’elezione dell’abate si segua il criterio di costituire in tale ufficio colui che sia stato scelto da tutta la comunità concordemente secondo il timor di Dio, o anche solo da una parte di essa, sia pure piccola, ma con più savio consiglio. [2] Chi poi dev’essere costituito abate sia scelto in base alla dignità della vita e alla scienza delle cose spirituali, anche se fosse l’ultimo nell’ordine della comunità. [3] Se invece i monaci anche tutti d’accordo eleggessero  non sia mai  una persona che consentisse ai loro vizi, [4] e tali vizi venissero per qualunque via a sicura conoscenza del vescovo alla cui diocesi quel luogo appartiene, o degli abati o dei cristiani vicini, [5] essi impediscano che prevalga il concorde volere dei cattivi e stabiliscano un degno amministratore alla casa di Dio: [6] sapendo che ne riceveranno copiosa mercede, se lo faranno con rettitudine d’intenzione e per zelo dell’onore di Dio, mentre al contrario commetterebbero una colpa se non se ne curassero. [7] Chi poi è stato costituito abate, pensi sempre qual peso s’è addossato e a chi dovrà render conto della sua gestione. [8] Sappia che è suo dovere più il giovare che il comandare. [9] Bisogna dunque ch’egli sia versato nella conoscenza, della legge divina, perché abbia la perizia e la materia per trarre insegnamenti nuovi e antichi; sia casto, sobrio, indulgente [10] e sempre faccia prevalere la misericordia sulla giustizia, per meritare anche lui lo stesso. [11] Odii i vizi, ami i fratelli. [12] Anche nel punire agisca con prudenza, e sia attento a non eccedere, perché non avvenga che mentre vuol troppo raschiare la ruggine, si rompa il vaso: [13] consideri sempre con diffidenza la sua fragilità e ricordi che la canna percossa non bisogna spezzarla. [14] Con ciò non intendiamo dire che permetta il fomentarsi dei vizi, ma che deve stroncarli con prudenza e carità, secondo che gli parrà più conveniente per ciascuno, come già dicemmo; [15] e si sforzi d’essere amato piuttosto che temuto. [16] Non sia turbolento ed agitato, non sia petulante ed ostinato, non geloso e troppo sospettoso, perché non avrebbe mai pace; [17] negli stessi suoi comandi sia previdente ed assennato, e tanto se la cosa ch’egli impone è d’indole spirituale, quanto se riguarda gli affari temporali, egli proceda con discernimento e moderazione, [18] tenendo presente la discrezione del santo patriarca Giacobbe che diceva: Se i miei greggi li farò stancare troppo a camminare, mi morranno tutti in un solo giorno. [19] Seguendo dunque questi ed altri ammaestramenti della discrezione, la quale è madre delle virtù, regoli tutto in modo che i forti abbiano di che esser bramosi e i deboli d’altra parte non si sgomentino. [20] E soprattutto serbi intatta in ogni punto la presente Regola, [21] perché, dopo aver bene amministrato, possa udire dal Signore ciò che udì il buon servo che aveva dispensato il frumento ai suoi compagni nel tempo opportuno. [22] In verità vi dico (egli afferma), gli diede potere sopra tutti i suoi beni.

Del Priore del monastero

Capitolo LXV

Spesso purtroppo accade che per la nomina del priore sorgano nei monasteri gravi scandali, [2] perché ci sono alcuni che, gonfi del maligno spirito della superbia, pensano di essere altrettanti abati, e arrogandosi un’autorità assoluta, nutrono scandali e provocano dissensi nelle comunità, [3] specialmente in quei luoghi dove dal medesimo vescovo o da quei medesimi abati che stabiliscono in carica l’abate, viene stabilito anche il priore. [4] Quanto ciò sia irragionevole è facile comprenderlo, poiché fin dal principio stesso del suo ufficio gli viene offerta materia per insuperbirsi; [5] i suoi pensieri infatti gli suggeriranno che egli è indipendente dall’autorità abbaziale: [6] perché anche tu sei stato stabilito in carica da quelli stessi che hanno stabilito l’abate. [7] Da qui ecco nascere invidie, liti, detrazioni, rivalità, dissensi, disordini; [8] sicché, mentre l’abate e il priore discordano l’uno dall’altro, le loro stesse anime necessariamente vengono per tale scissione a trovarsi in pericolo, [9] e i loro sudditi, parteggiando per l’uno o per l’altro, vanno in perdizione. [10] Situazione disastrosa, la cui responsabilità risale, come a fonte, a quelli che provocarono un tale disordine. [11] Perciò noi abbiamo giudicato necessario, per la conservazione della pace e della carità, che dalla volontà dell’abate dipenda tutta l’organizzazione del suo monastero. [12] E se è possibile, tutte le esigenze del cenobio vengano regolate, come sopra disponemmo, per mezzo di decani, secondo che avrà prescritto l’abate, [13] perché, ripartendosi il compito tra più persone, uno da solo non s’insuperbisca. [14] Ma se o il luogo lo richiede, o la comunità ragionevolmente ed umilmente lo domanda, e l’abate lo giudica conveniente, [15] egli stesso scelga uno col consiglio di fratelli timorati di Dio, e se lo costituisca lui nell’ufficio di priore. [16] E il priore, dal canto suo, faccia con gran rispetto tutto ciò che gli venga ingiunto dal suo abate, nulla operando contro la volontà e le disposizioni di lui, [17] perché quanto più è stato elevato sugli altri, tanto maggior sollecitudine deve mostrare nell’osservare le prescrizioni della Regola. [18] Se poi si vedrà che il priore è vizioso, o che sedotto dalla vanagloria fa il superbo, o che si mostra apertamente spregiatore della santa Regola, lo si avverta oralmente fino alla quarta volta. [9] Se non si correggerà, gli si applichi la punizione della disciplina regolare. [20] Ma se non si emenderà neppure così, allora sia deposto dal suo grado di priore e gli venga sostituito un altro che ne sia degno. [21] E se anche dopo non sarà quieto e obbediente nella comunità, sia pure espulso dal monastero. [22] Pensi però l’abate che di tutti i suoi giudizi dovrà render conto a Dio: non dovesse mai la fiamma dell’invidia e della gelosia bruciargli l’anima!

Dei portinai del monastero

Capitolo LXVI

Alla porta del monastero si ponga un vecchio assennato, che sappia ricevere e dare un’ambasciata, e trovi difficile, per la sua età avanzata, l’andar vagando qua e là. [2] Il portinaio dovrà avere la sua abitazione presso la porta, perché quelli che arrivano trovino sempre presente chi possa dar loro una risposta. [3] E appena qualcuno busserà o un povero chiamerà, egli risponda: Deo gràtias , oppure: Bènedic ; [4] e con tutta la mansuetudine suggerita dal timor di Dio venga incontro alle sue richieste con premura e fervore di carità. [5] Se il portinaio ha bisogno d’aiuto, gli si dia un fratello più giovane. [6] Il monastero poi, se è possibile, dev’essere organizzato in modo che tutte le cose necessarie, cioè l’acqua, il molino, l’orto e le officine delle diverse arti si trovino dentro l’àmbito del monastero [7] perché i monaci non abbiano alcuna necessità di andar vagando fuori: ciò che non giova assolutamente alle anime loro. [8] Vogliamo poi che questa Regola si legga spesso in comunità, perché nessun fratello possa addurre il pretesto di ignorarla.

Nota

Dei fratelli mandati in viaggio

Capitolo LXVII

I monaci che devono esser mandati in viaggio, si raccomandino alla preghiera di tutti i fratelli e dell’abate; [2] e sempre all’ultima orazione dell’Ufficio divino si faccia memoria di tutti gli assenti. [3] I fratelli poi che rientrano dal viaggio, il giorno stesso in cui ritornano, a tutte le Ore canoniche quando finisce il divino Ufficio, si prostrino a terra nell’oratorio [4] e chiedano a tutti che si preghi per loro, a causa delle mancanze in cui siano potuti incorrere nel viaggio, vedendo o ascoltando qualcosa di male o trattenendosi in discorsi oziosi. [5] E nessuno ardisca riferire ad altri alcunché di ciò che fuori del monastero abbia visto o udito, perché sarebbe un’ingente rovina. [6] Se qualcuno l’osasse, sia sottoposto alla pena regolare. [7] Così pure sia punito chi ardisse uscire dalla cinta del monastero, o recarsi ad un luogo qualunque, o fare qualsiasi minima cosa senza licenza dell’abate.

Se ad un fratello vengano comandate cose impossibili

Capitolo LXVIII

Se ad un fratello viene ingiunto per caso qualcosa di difficile o addirittura d’impossibile, accolga egualmente il comando del superiore con tutta mansuetudine e spirito d’obbedienza. [2] Se però vedesse che il peso del carico impostogli supera del tutto la misura delle sue forze, con pazienza ed al momento opportuno faccia presenti al superiore le ragioni della sua impossibilità, [3] senza atteggiamento di superbia o di resistenza o di contraddizione. [4] Ma se, dopo tale umile esposizione, il superiore rimarrà fermo nel suo comando, sappia il suddito che gli conviene di fare a quel modo, [5] e animato dalla carità, confidando nell’aiuto di Dio, obbedisca.

Che nel monastero l’uno non ardisca difendere l’altro

Capitolo LXIX

Bisogna del tutto evitare che nel monastero per qualunque motivo l’uno ardisca difendere l’altro o quasi proteggerlo, [2] anche se fossero congiunti da un qualsiasi legame di parentela. [3] Non osino i monaci in alcun modo scendere a questo disordine, perché ne può nascere gravissima occasione di scandali. [4] Se qualcuno mancasse a questa prescrizione, sia punito molto severamente.

Che nessuno osi percuotere arbitrariamente gli altri

Capitolo LXX

Si eviti nel monastero ogni occasione di azioni arbitrarie; [2] perciò stabiliamo che a nessuno sia permesso di scomunicare o battere qualche suo fratello, se non a chi ne abbia ricevuto l’autorità dall’abate. [3] I trasgressori di questo precetto siano ripresi dinanzi a tutti, perché anche gli altri ne concepiscano timore. [4] I fanciulli però, fino all’età di quindici anni, siano tenuti in disciplina e custoditi diligentemente da tutti; [5] ma si usi anche in ciò somma moderazione e buon senso. [6] Chi poi sui fratelli adulti si arrogasse in qualche modo un simile potere senza facoltà dell’abate, oppure sugli stessi fanciulli ardisse infierire senza discrezione, soggiaccia alla disciplina regolare, [7] perché è scritto: Ciò che non vuoi fatto a te, non farlo ad altri.

Che i fratelli si obbediscano a vicenda

Capitolo LXXI

Non solo nei riguardi dell’abate devono tutti esercitare la virtù dell’obbedienza, ma i fratelli devono anche obbedirsi l’un l’altro, [2] convinti che per questa via dell’obbedienza andranno a Dio. [3] Anteposto dunque il comando dell’abate o dei superiori da lui costituiti, comando a cui non per mettiamo che si preferiscano quelli privati, [4] nel resto tutti i fratelli più giovani obbediscano a quelli più anziani di loro con somma carità e premurosa diligenza. [5] Se qualcuno si mostra riluttante, sia punito. [6] Se poi qualche fratello viene ripreso dall’abate o da qualunque superiore per qualsiasi motivo anche minimo ed in qualsiasi modo, [7] oppure s’accorge che l’animo di un superiore qualunque e adirato o anche leggermente eccitato contro di lui, [8] subito si getti senza indugio a terra ai piedi di lui, e rimanga così a dare soddisfazione, finché l’altro con la sua benedizione non mostri di essersi calmato. [9] Chi per disprezzo trascurasse di compiere un tale atto, sia sottoposto alla punizione corporale; se poi fosse ostinato, venga espulso dal monastero.

Dello zelo buono che devono avere i monaci

Capitolo LXXII

Come vi è un maligno zelo di amarezza che allontana da Dio e conduce all’inferno, [2] così vi è uno zelo buono, che allontana dai vizi e conduce a Dio ed alla vita eterna. [3] Ed è dunque in questo zelo che i monaci devono esercitarsi con ardentissimo amore: [4] si prevengano cioè l’un l’altro nel rendersi onore; [5] sopportino con somma pazienza a vicenda le loro infermità fisiche e morali; [6] si prestino a gara obbedienza reciproca; [7] nessuno cerchi l’utilità propria, ma piuttosto l’altrui; [8] si voglia bene a tutti i fratelli con casta dilezione; [9] temano Dio nell’amore; [10] amino il loro abate con sincera ed umile carità; [11] nulla assolutamente antepongano a Cristo, il quale ci conduca tutti alla vita eterna.

Che non tutte le norme per la perfezione sono contenute in questa Regola

Capitolo LXXIII

Questa Regola poi l’abbiamo abbozzata, affinché con l’osservarla nei monasteri diamo prova in qualche modo di avere almeno dignità di costumi e un certo avviamento di vita monastica. [2] Ma per chi vuole procedere celermente verso la perfezione di tale vita, vi sono i precetti dei santi Padri, che fedelmente praticati sono ben atti a condurre l’uomo al culmine della virtù. [3] Quale pagina infatti o quale parola d’autorità divina del Vecchio e del Nuovo Testamento non è rettissima norma per la vita umana? [4] O quale libro dei santi Padri cattolici non ci esorta consistenza a correre per via diritta verso il nostro Creatore? [5] Così pure le Collazioni, le Istituzioni e le Vite dei Padri, e la Regola del nostro santo Padre Basilio, [6] che altro sono se non strumenti di virtù per i monaci buoni ed obbedienti? [7] Noi invece, svogliati, cattivi e negligenti, abbiamo di che arrossire e confonderci. [8] Chiunque pertanto tu sia che ti affretti alla patria celeste, poni in pratica con l’aiuto di Cristo questa minima Regola per principianti appena delineata; [9] e allora a quelle più alte vette di dottrina e di virtù, che abbiamo sopra menzionate, potrai certo facilmente giungere con la protezione di Dio.

Amen.

San Benedetto da Norcia (480-547)

Benedetto da Norcia, nasce nella località di cui porta il nome intorno al 480 e muore a Montecassino il 21 marzo del 547. Benedetto è stato un monaco ed un santo. E’ ricordato anche per essere stato il fondatore dell’Ordine dei monaci Benedettini di cui redisse la Regola. Meno nota ma anche essa santa fu la sua sorella gemella: santa Scolastica. Scolastica morì circa quaranta giorni prima del fratello. Benedetto volle essere sepolto nella sua tomba.

Benedetto nasce a Norcia, cittadina umbra, da una famiglia patrizia. Il padre, Eutropio Anicio, era Capitano Generale dell’esercito romano nelle terre di Norcia, mentre la madre, Claudia Abondantia Reguardati, era una contessa di Norcia.

Nel II° Libro de “I Dialoghi” San Gregorio Magno, racconta che all’età di12 anni fu mandato con la sorella a Roma per proseguire colà gli studi ma che giunto in città decise di tornare immediatamente indietro turbato dalla dissolutezza dell’Urbe.

Pur in giovane età Benedetto si sentiva già inadatto per un avita mondana ed interessato invece ad una vita spirituale, ascetica. Fu così che decise così di abbandonare la casa, la famiglia, per dedicarsi ad una vita di rinuncia dai piaceri terreni e di ricerca di Dio.

All’età di 17 anni, si reca nelle valli di Subiaco. In quei luoghi impervi incontra un monaco romano proveniente da un vicino monastero guidato da un abate di nome Adeodato. Fu questo personaggio a fargli indossare il saio monastico e ad indicargli una grotta impervia del Monte Taleo. In questa grotta Benedetto trascorrerà tre anni prima di maturare l’idea di porre fine alla sua esperienza eremitica. Oggi tale grotta si trova all’interno del Monastero del Sacro Speco. 

Con la Pasqua dell’anno 500 Benedetto, conclusa la sua esperienza eremitica, accetta di fare da guida spirituale ad altri monaci. Si trasferisce a Vicovaro; in questo ritiro cenobitico tuttavia Benedetto subisce un tentativo di assassinio in quanto alcuni monaci tentano di ucciderlo con una coppa di vino avvelenato.

Benedetto decide allora di tornare a Subiaco. Qui trascorrerà circa trenta anni predicando la “Parola di Dio”. La sua fama di santità si espande nell’umbria e non solo. Postulanti giungono sempre più numerosi; un monastero non basta più. Se ne formano altri. Per l’esattezza tredici. Ogni monastero , nella visione dio Benedetto, è composto da dodici monaci ed un Abate. Tutti i monaci e gli abati sono sotto la guida spirituale di Benedetto.

Subiaco tuttavia, nonostante i lunghi anni trascorsi qui non sarà la sua dimora definitiva. Tra il 525 ed il 529, subisce due attacchi feroci, quasi mortali che lo costringono a lasciare Subiaco. Uno è un nuovo tentativo di avvelenamento, questa volta con il pane avvelenato, mentre il secondo attacco è di tipo diverso. Oggi lo chiameremo un attacco mediatico. Risulta che un tale prete di nome Fiorenzo, facente parte del clero locale, abbia mandato alcune prostitute per tentare i monaci e screditare così Benedetto e la sua opera.
 
Benedetto prese la via di Cassino. Qui, salito in cima ad una altura, sulle rovine di un tempietto pagano, decide di fondare un monastero. Inizia così la storia del Monastero di Montecassino

Nel monastero di Montecassino Benedetto, intorno al 540, compone la sua Regola. Il codice comportamentale dei monaci che si chiameranno benedettini poggia su una regola che, pur se stilata da Benedetto, tiene conto a sua volta di regole precedenti. Sicuramente Benedetto ha avuto modo di conoscere ed analizzare la regola di san Giovanni Cassiano, san Basilio, san Pacomio, san Cesario, la Regula Magistri.

La Chiesa romana oggi celebra ufficialmente la festa di san Benedetto il giorno 11 luglio mentre le diverse comunità benedettine ricordano la ricorrenza della morte del loro fondatore il 21 marzo.

San Benedetto da Norcia

La vita comunitaria benedettina si fonda su due concetti fondamentali: la “stabilitas loci” che è l’obbligo di risiedere per tutta la vita nello stesso monastero e la “conversatio” che un insieme di azioni positive che connotano la vita del monaco. La “conversatio” comprende la buona condotta morale, l’obbedienza all’abate, l’esercizio della pietà.

Il termine Abate deriva dall’ebraico “Abba” o Padre. L’abate è colui che dirige la comunità non come un tiranno o un superiore ma come un buon padre. L’Abate è un dolce padre che provvede alle necessità materiali e spirituali dei suoi monaci. I monaci alternano lungo il giorno momenti di lavoro manuale comunitario e momenti di preghiera. Il motto dei benedettini è stato ed è “ora et labora” cioè prega e lavora.

I monasteri che seguono la regola di san Benedetto sono detti benedettini. La regola qui praticata è la buona disciplina; l’umiltà, l’obbedienza, il lavoro, la pietà ne sono i cardini. Si tratta in fondo della traduzione nella pratica quotidiana dell’insegnamento del Vangelo.

Poiché ogni monastero è autonomo, sotto la guida di un abate, si sono sviluppate nel tempo vere e proprie congregazioni di monasteri. Tra queste sono note la congregazione cassinense e quella sublacense, facenti capo rispettivamente all’autorità spirituale dei monasteri benedettini di Montecassino e di Subiaco.

Riportiamo l’intervista concessa nel novembre del 2009 da Padre Sergio, eremita sulle Alpi marittime, al giornalista Alberto Burzio (Barba Bertu). L’intervista è avvenuta a Marmora, nella casa monastero in cui il padre vive in solitudine da oltre trenta anni, a quasi 1600 metri di quota.

Padre Sergio De Piccoli, monaco benedettino, eremita.

In un magnifico angolo della Valle Maira, baciato dal sole in tutte le stagioni, c’è la Biblioteca più alta d’Europa, a 1.580 metri di quota. Lui; Padre Sergio De Piccoli, è un monaco benedettino con tre lauree. Non fa la spesa ma ha sempre mangiato finora, grazie alla Provvidenza. La vecchia canonica dove vive è scaldata solo in cucina, il monaco dorme nella stanza gelida a volte come il ghiaccio. Piuttosto resta senza mangiare, se un povero gli bussa alla porta. Padre Sergio De Piccoli è nato il 7 gennaio 1931, vicino a Pavia.

I suoi genitori cosa facevano?

«Mia mamma faceva la casalinga e da giovane la mondina, nelle risaie. Mio padre era tipografo e rilegatore, e di qui è nato il mio grande amore per i libri».
Eravate tanti figli?
«Io ero il quinto, la povertà l’abbiamo conosciuta, mancava anche il pane».
Quando è nata in lei l’idea della vocazione?
«Da ragazzo sono andato a vedere la Certosa di Pavia, e sono stato colpito dalla povertà assoluta delle celle dei monaci. Fra me ho pensato: “Che solitudine, che bella questa vita solitaria e a contatto con la natura».
Poi che cosa è successo?
«Ho fatto il militare ad Aviano fra i carristi e in quel periodo ho capito certe bestialità della vita: i soldati pensano solo al sesso e alla tavola. Finito il militare, sono tornato a dare una mano a mio padre».
E poi?
«Nell’autunno del 1955, ho deciso. Nessuno dei miei genitori andava in chiesa, io un giorno sono andato a bussare alla porta dei Certosini di Lucca e dopo ho scritto ai miei. Poi i Certosini mi hanno consigliato di andare dai Benedettini a Roma e addirittura mi hanno pagato il biglietto del treno. E sono restato all’Abbazia di San Paolo per tanti anni».
Chi è il monaco?
«Il prete fa il parroco, il monaco resta sempre in monastero, ad accogliere. Noi facciamo anche il voto di stabilità. Non abbiamo un superiore generale, ogni monastero è autonomo, compreso il mio qui a Marmora».
Lei a Roma, dove è stato fino al 1972, aveva incarichi importanti?
«Sono stato maestro dei novizi e sacrestano della Basilica patriarcale: Di novizi ce ne erano pochi e parecchi fra di loro non erano seriamente motivati, per me non è stata una grande esperienza. Dopo il Concilio Vaticano Secondo, io non stavo bene a Roma, l’ambiente non mi soddisfava. Il Concilio esortava a “ritornare alle fonti” e con due miei fratelli (padre Luca e padre Ireneo) siamo partiti per Giaveno, in montagna, dove siamo stati per sei anni, fino al 1978».
Come mai è arrivato a Marmora?
«Uno dei miei fratelli monaci era di Pinerolo e mi ha indicato questi luoghi. Sono andato dal parroco di Dronero e gli ho spiegato che cercavo un posto isolato. Appena sono arrivato a Marmora, il 18 aprile 1978, mi sono innamorato di queste montagne . Don Enrico Minotti era parroco, ma non abitava qui».
interno della parrocchia di San Massimo in Marmora

La filosofia sua quale è?

«E’ quella dell’accoglienza, e ho sempre accolto anche persone in difficoltà».

Come passa le sue giornate?

«All’insegna dell’ “ora et labora”. Mi alzo tardi, alle 6 del mattino, per via dei problemi alle gambe. Prego e lavoro in Biblioteca. Tutti i giorni celebro la Messa, il più delle volte non c’è nessuno e questo mi pesa un poco. Con i montanari ho rapporti buoni, vanno poco in chiesa ma mi vogliono davvero bene».

Il Dio in cui lei crede come è?

«E’ il Dio misterioso, che nessuno ha mai visto. Ma io sono sicuro che c’è».

Quanti libri ci sono nella sua Biblioteca?

«Sono più di 54 mila e 900, io amo i libri e il collezionismo. Nella mia Biblioteca ci sono tutti i tipi di volumi. La Biblioteca è aperta agli studiosi. Tutti i libri sono archiviati nel computer, oggi però mancano gli spazi e gli ultimi arrivi sono ammucchiati, nella vecchia casa canonica».

Che fine farà la Biblioteca?

«Ho già fatto una donazione al Comune di Marmora, che si è impegnato a costruire un edificio per ospitare tutti i volumi».

Perchè ha messo le campane?

«Sono sei campane grosse in bronzo, le ho messe nel 1991, io amo la musica».

Nell’arco della sua vita non ha mai sentito l’esigenza di farsi una famiglia?

«Raramente. Non mi manca una famiglia mia».

Le donne le piacciono?

Padre Sergio ride: «Certo che le noto. A volte ci sono state delle tentazioni, la rinuncia non è stata sempre facile, ma io ce l’ho fatta».

Alla sua veneranda età, l’idea della morte la sfiora?

«Certo! Ma non ho paura, perché la morte è andare con Dio. Si può morire a qualunque età e bisogna sempre essere pronti».

Cosa pensa della Chiesa Cattolica?

«Non è fatta solo di santi, ci sono uomini e donne che peccano. E’ santa e peccatrice. Io non sarei sfavorevole a permettere ai preti di sposarsi, perché il celibato è una istituzione dei monaci, non dei preti».

Le donne contano nella Chiesa?

«Dopo il Concilio Vaticano Secondo, la Chiesa ha considerato di più le donne».

vista delle alpi dal sacrato della chiesa di San Massimo

Papa Benedetto XVI le piace?

«Questo non me lo deve chiedere, perché io non guardo la tv, non ascolto la radio, non leggo i quotidiani (se non quelli che ogni tanto qualcuno mi porta)».

La vita è bella?

«E’ bellissima, perché si vive! Io sono un monaco felice e fortunato, ho tutto quello che desideravo, sono riuscito a realizzare i miei sogni».

Stemma dell'Abbazia di Cluny

L’Ordine Cluniacense è un ordine monastico nato in Borgogna (Francia) nel 909. Il termine Cluniacense deriva dalla città di Cluny luogo dove venne fondato il primo monastero dell’Ordine.  Fu Guglielmo I detto il Pio, duca di Aquitania, a donare una vasta proprietà a Bernone affinché questi vi costruisse un monastero. Fu sempre Guglielmo a porre il monastero sotto la diretta autorità del Papa.L’abate Bernone  (La Baume, ca. 850 circa – 13 gennaio 927) è un riformatore. Egli sente l’esigenza di riformare l’Ordine Benedettino e di caratterizzare la riforma inserendo una rigorosa attività spirituale accompagnata da un comportamento dei monaci assolutamente irreprensibile, una  buona amministrazione dei monasteri ed una assoluta autonomia dal potere politico come dalla ingerenza dei vescovi. La regola cluniacense prevedeva infatti che i monaci fossero soggetti alla autorità dell’Abate e, sopra di lui alla sola autorità del Papa.

La riforma piacque ed in poco tempo i monasteri cluniacensi crebbero. Nel’XI° secolo i monasteri dipendenti dalla abbazia di  Cluny erano 867 di cui 815 in Francia e 52 in Italia.

Abbazia di Cluny

I monaci Cluniacensi erano più dediti all”ora” che al “labora” della regola di Benedetto. Il lavoro manuale già molto ridotto fin dall’inizio veniva pian piano abbandonato per essere trasferito a servi e contadini. I monaci trascorrevano gran parte della giornata in chiesa a cantare e pregare.

Poco era il tempo dedicato ad altre attività. Nei monasteri cluniacensi la disciplina era rigida, l’ordine severo, l’organizzazione quasi perfetta, il cibo scarso e semplice, l’giene personale buona. Il vestiario prevedeva un saio grigio con un cappuccio. Ildebrando di Soana che divenuto Papa in Roma con il nome di Gregorio VII proveniva dalle file dell’Ordine Cluniacense.