Archivio Maestranza

Come Gran Maestro dell’Ordine, a nome e per conto dei Cavalieri tutti, in questo giorno di Aprile in cui si festeggia San Giorgio, voglio ricordare i nostri fratelli operatori di pace, i nostri militari caduti per la libertà. In particolare oggi voglio ricordare e caduti della missione ISAF-Afghanistan del periodo 2011-2012.

In questa giornata importante per l’Ordine sentiamo la necessità di fermarci un attimo per ringraziare coloro che sono morti in terre lontane combattendo per l’Italia, per contribuire alla difesa dell’occidente, lottando contro il terrorismo internazionale.

Mi auguro che tutti coloro che avranno modo di leggere queste brevi righe, si sentano in dovere di fare altrettanto.

Spero che i nostri caduti, da dove sono ora, possano sentire tutto il nostro affetto, la nostra fratellanza ed il nostro ringraziamento.

Gradi diversi, morti diverse, situazioni diverse. Morti tra le braccia di un commilitone, morti in ospedale nel corso di un intervento chirurgico disperato, morti sotto il sole, morti dietro un sacco di sabbia. Morti nel fango in un Lince ribaltato. Morti pensando alla famiglia, alla moglie, al piccoletto che stava per nascere. Morti improvvise, come quando la strada si trasforma in un cratere ed il blindato sembra una scatola di sardine aperta.

Poi il C-130, le bare allineate, la bandiera, la tromba che strappa il cuore. Mamme, fidanzate, mogli in lacrime. Sofferenze, dopo di che ancora sofferenze e poi tanto dolore.

Cari fratelli, noi vi siamo debitori. Qualcuno ha deciso che quelle erano operazioni giuste e voi siete partiti, novelli cavalieri. Il minimo che oggi noi possiamo fare per voi è fermarci, in un attimo di raccoglimento, per dirvi dal profondo del cuore: grazie ragazzi. Lo faremo tutti gli anni.

CADUTI IN AFGHANISTAN in corso della Missione ISAF (2011)

18 gennaio

  • Luca Sanna (anni 33), caporal maggiore in forza all’8º Reggimento alpini;

    La città di Cuneo onora i suoi alpini caduti in Afghanistan

28 febbraio

  • Massimo Ranzani (anni 34), tenente in forza al 5º Reggimento alpini;

4 giugno

  • Cristiano Congiu, (anni 50), tenente colonnello della DCSA (Direzione Centrale dei Servizi Antidroga) dei Carabinieri, in servizio presso l’Ambasciata italiana di Kabul;

2 luglio

  • Gaetano Tuccillo, (anni 34), caporal maggiore scelto in forza al Battaglione logistico “Ariete”;

    Il saluto del presidente.

12 luglio

  • Roberto Marchini (anni 32), caporal maggiore in forza al 8º Reggimento Genio Guastatori Folgore di Legnago;

    Il tricolore è a mezz'asta.

25 luglio

  • David Tobini (anni 28), primo caporal maggiore in forza al 183º Reggimento paracadutisti “Nembo” di Pistoia;

16 settembre

  • Matteo De Marco (anni 54), maggiore dei Carabinieri comandante dell’ RC-West Training Center;

23 settembre

  • Riccardo Bucci (anni 34), tenente del Reggimento Lagunari “Serenissima” di Venezia;
  • Mario Frasca (anni 32), caporal maggiore del Comando Forze Operative Terrestri (COMFOTER) di Verona;

    Il momento del funerale

  • Massimo Di Legge (anni 28 ), caporal maggiore del Raggruppamento Logistico Centrale di Roma.

CADUTI IN AFGHANISTAN nel 2012 in corso della Missione ISAF

La sofferenza di chi si ritrova orfano.

13 gennaio

  • Giovanni Gallo (anni 49 anni), tenente colonnello (152º Reggimento fanteria “Sassari”);

20 febbraio

  • Francesco Currò, (anni 33), caporal maggiore capo del 66º Reggimento fanteria aeromobile “Trieste” di Forlì;
  • Francesco Paolo Messineo, (anni 29), primo caporal maggiore del 66º Reggimento fanteria aeromobile “Trieste” di Forlì;
  • Luca Valente (anni 28), primo caporal maggiore del 66º Reggimento fanteria aeromobile “Trieste” di Forlì;

24 marzo

  • Michele Silvestri, (anni 34), sergente del 21º Reggimento genio guastatori di Caserta.

Il Gran Maestro Fra Diego ed il Comandante regionale per il Piemonte e la Valle d’Aosta dell’Ordine di Santa Maria di Gerusalemme “Ordine Teutonico”, Fra Pietro.

Abbazia di Vezzolano (AT)

In data 18 Marzo 2012, IVa Domenica di Quaresima, una delegazione dei  Cavalieri del Venerabilis Ordo Sancti Sepulchri si è ritrovata nella austera cornice della abbazia medioevale di Vezzolano (AT).

In tale circostanza il nostro Gran Maestro Fra Diego incontrava Fra Pietro Ricca, Comandante regionale per il Piemonte e la Valle d’Aosta dell’ Ordine Teutonico (SMOT).

Il Gran Maestro, tramite il Comandante Fra Pietro, invia al Gran Maestro dei “Teutonici” Fra Principe Enrico Filadoro Caracciolo,  gli auspici suoi personali e di tutto l’Ordine del Santo Sepolcro per un futuro e prossimo incontro e per una proficua collaborazione tra i due Ordini.

Nell’umano è fondamentale il tema della relazione. Infatti l’uomo è sempre e comunque, prevalentemente relazione. L’uomo è talmente radicato in questa dimensione relazionale che nel rapporto con le cose –nelle sue relazioni d’oggetto- sembra corretto dire che più che la discussione sulle cose in sé, è più importante parlare della relazione tra le cose e della relazione tra le persone.

Ciò è verissimo nel caso del cibo, del mangiare e del nutrirsi. Nella piramide dei bisogni di Maslow la necessità di nutrirsi è alla base della piramide, così come il bisogno di dormire e di una certa coibentazione termica.  Nutrirsi è un bisogno basilare per Maslow. Il sesso ad esempio è più in alto nella scala piramidale, perché appartiene già ad un dominio di scelta.

Quando le cose che appartengono alla piramide dei bisogni diventano oggetto di una discussione concettuale serrata, ciò avviene perché qualcosa si è rotto.

Seneca e gli Stoici in generale ci ricordano che ci accorgiamo di avere un organo, quando esso si ammala. Sappiamo di avere uno stomaco, se non riusciamo a digerire. Ci accorgiamo di avere un cuore, se percepiamo una tachicardia anomala. Siamo coscienti di avere le gambe, se facciamo fatica a camminare. Dunque la concettualizzazione delle cose è spesso direttamente proporzionale alla loro fatica. La problematizzazione è un segno di crisi. E la nostra società è fortissimamente problematizzata sul problema del cibo. Può essere un fatto positivo ma anche negativo.

Non c’è alcun dubbio sul fatto che tra concetti, parole e cibo ci sia una relazione. Infatti mensa e mente hanno la stessa radice etimologica: il verbo valutare che rimanda all’agricoltura e alla mentalità agricola di misurare il cibo. D’altra parte chi pensa, non fa altro che ponderare le idee. Ma l’uomo non vive di solo corpo così come non vive di sola mente, altrimenti rischiamo di cadere in una trappola sottilissima.

Nei monasteri ci sono monaci “buoni” e monaci “cattivi”. I primi magrissimi, ascetici mentre i secondi pingui, obesi. L’immagine del frate ghiottone popola frequentemente la narrativa laica e religiosa. Tale immagine ci ricorda che il tema del cibo ha bisogno di essere analizzato al di là dell’orizzonte del suo contorno fisico.

A proposito di cibo Feuerbach diceva: “l’uomo è ciò che mangia”. Ma credo che tale sentenza debba essere ribaltata esattamente nel suo contrario. Secondo me l’uomo non è ciò che mangia, ma mangia ciò che è. Dunque l’uomo non può che ragionare su come mangia e su cosa mangia, partendo dalla domanda eterna su ciò che è. Quell’antico quesito su come scoprire la scintilla di divino, che lo abita e lo illumina. Altrimenti rischiamo di ammalarci di una patologia che nella nostra società è frequentissima e che prende nome di ortoressia.

Una patologia del nutrirsi, per cui ad un tratto si scopre che si possono mangiare solo alcune cose o perché sono sane o perché fanno bene. Come bisogna prestare attenzione a non ammalarsi di ortoressia fisica, allo stesso modo è necessario evitare di cadere nell’ortoressia morale. In un contesto religioso l’ortoressia morale è il massimo della nevrotizzazione.

Proprio per coloro che hanno ricevuto la Buona Notizia Evangelica, la dimensione di relazione e di amore è anzitutto basata sulla libertà del fatto che non si diventa ciò che si mangia ma che sa di dover mangiare ciò che è.

La nostra società è molto ammalata in ambito alimentare. Non ce lo dice solo l’incidenza dei disturbi alimentari. E non è solo questione di fast food. Non ce ne accorgiamo solo dall’estetizzazione del rapporto con il cibo. Estetizzazione che diventa una sorta di nevrosi gastronomica consumistica, a cui siamo approdati con l’invenzione dello slow food e del natural food. E non riusciremo ad uscire da questa patologia se non ricerchiamo il soul food, il cibo dell’anima.

Siamo entrati nella patologia della tovaglietta individuale (il classico modo di preparare tavola all’americana), che ha rotto la sacra abitudine di consumare i pasti comunitariamente nelle famiglie, nei gruppi e nelle organizzazioni. Il fatto di dover compiere l’atto del nutrirsi con un momento minimalista, consumato velocemente e con l’aiuto del surgelato e del forno a microonde, appare tragico per la vita della famiglia.

Bisogna recuperare la dimensione liturgica, corale e monastica del nutrirsi. Infatti se c’è un monachesimo delle regole, allora c’è anche un monachesimo del cuore a cui nessuno si può sottrarre. E tale monachesimo del cuore vive di alcuni momenti rituali essenziali, senza i quali la patologia del prevalere dell’individuale prospera. La patologia della tovaglietta è diabolica, in quanto divide.

Meglio una grande tovaglia a quadri sporca e macchiata che una mono/tovaglietta di plastica linda senza alcuna traccia. La tovaglia esige che ci sia qualcuno che ama servire qualcun altro. E se noi non ci serviamo a vicenda non c’è amore. Anche se costa un po’ di fatica mangiare comunitariamente, penso sia indispensabile dal punto di vista della salute mentale e dell’anima.

La tovaglia svolge infatti tre funzioni: scalda, illumina e riunisce. Quando si mette una tovaglia su una tavola, si esercita una liturgia del cuore, in cui le persone che siederanno a quella mensa condivideranno un unico pane.

Il Cristianesimo è intriso della simbologia della tavola. Questa dimensione della tavola va molto al di là dell’atto del nutrirsi, perché è una dimensione attorno a cui si è costruita l’intera socialità di un passato antico che risale alla Preistoria.

L’uomo sapiens sapiens nasce quando l’attività alimentare diventa commensalista. Infatti gli uomini, avendo cacciato insieme prima, e avendo svolto l’attività di pastorizia dopo, devono dividere insieme il cibo che hanno prodotto comunitariamente. Quindi abbandonano la pratica delle scimmie, che consumano singolarmente ciò che hanno raccolto.

Di conseguenza il momento della condivisione del pasto diventa un momento fondante nella civiltà. Il momento della condivisione del cibo cambia radicalmente la vita, perché priva l’atto del nutrirsi del senso di solitudine che lo rende patologico e pericoloso. Infatti la prima funzione che gli anoressici perdono non è la capacità di nutrirsi, ma è la capacità di alimentarsi con altri.

C’è un aspetto dal punto di vista educativo che non dovremmo dimenticare mai: la riflessione sul cibo non può prescindere da una riflessione sulla giustizia. Viviamo in un mondo in cui il prezzo dei cereali lievita, cresce patologicamente, perché molti prodotti vengono convogliati per il commercio dei bio-combustibili in una visione di ecologismo di marketing di sostanze. Però ad esempio in Africa per produrre i bio-combustibili si sacrificano immense porzioni di foresta. Ciò che dovrebbe essere legato all’ecologismo è in realtà connesso ad un’ideologia di mercato delle multinazionali.

La riflessione sul cibo e la giustizia sociale è una discussione irrinunciabile per i credenti. Se noi dimentichiamo di appartenere a quel 20% dell’umanità che consuma l’80% delle risorse, non facciamo buon servizio né a noi, né alla giustizia, né al Signore. Tale dimensione è essenziale, altrimenti siamo come quel fico sterile che è buono solo per essere arso.

La dimensione del cibo come giustizia ci fa capire come noi dobbiamo alimentare sempre con forza quelle realtà, che sostengono il legame giuridico-alimentare. Infatti fare del bene fa bene soprattutto a chi lo fa e ce lo ricorda Vincenzo De Paoli.

Credo che rispetto alle tradizioni religiose planetarie il Cristianesimo abbia una dimensione dell’incarnato sempre centrale e imprescindibile. “Chi beve il mio sangue e mangia la mia carne avrà la vita eterna”.

L’Incarnazione ci deve far riflettere. Il fatto che l’Eucaristia sia fatta di pane e di vino ci ricorda una dimensione fondamentale del Cristianesimo. Se Gesù è vissuto ed è morto in Palestina sotto l’impero di Augusto e di Tiberio, allora il grano e il vino rappresentavano la tradizione, la cultura e la memoria. Persino Dio nel roveto ardente risponde a Mosè enigmaticamente: “ Io sono Colui che sono, sono Colui che è, sono il Dio dei tuoi padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ”. E’ un Dio che si radica nella storia, nel sangue e nella carne, in un’identità.

Il Dio cristiano non risponde di essere il Dio delle Stelle ma dei Padri di Mosè. Questo radicamento nella Storia  è ovviamente essenziale. Mi sono sempre chiesto perché il sacrificio di Caino, agricoltore, sia rigettato da Dio mentre il sacrificio di Abele, pastore, è accolto.

Se noi analizziamo l’etimo delle due parole Caino e Abele, scopriamo che Caino(in ebraico קַיִן / קָיִן, Qáyin)  ha la radice di Kain, che vuol dire possesso-possedimento, mentre Abele (dal sumerico Ibila) significa spirito libero-soffio di vita. La vicenda di Caino e Abele, contenuta nella Genesi, ci ricorda la lotta tra popoli agricoltori e popoli pastori.

Gli agricoltori hanno necessità di delimitare i loro confini, di possedere la terra, di radicarsi. Il pastore invece vaga emigrante e libero di terra in terra.

Abele è uno spirito libero che vaga e che non possiede. Il tema della kenosi della libertà è essenziale nel tema del cibo. “ Quando vi invitano ad un convito sedetevi all’ultimo posto ”. Perché in quell’ultimo posto siedono gli ultimi. Di solito chi siede in fondo alle tavole? I bambini, perché hanno la possibilità di poter giocare e sorridere.

Quindi, se nel corso di un’agape qualcuno dovesse chiederci di alzarci da quell’ultimo posto e di avvicinarci, dovremmo provare del rincrescimento, perché spostandoci dovremmo rendere conto di ciò che si fa assumendo un ruolo. Se ci sediamo sempre all’ultimo posto, ci ricordiamo la verità fondamentale della nostra fede: il nostro non è un Regno di potenti, di re e di sapienti ma è un Regno di bambini.

Se non vi farete come questi piccoli non entrerete nel Regno dei Cieli ”. Se abbiamo l’umile libertà di affrontare la vita e il rapporto con il cibo gioiosamente e con la spensieratezza dei bambini seduti all’ultimo posto di una tavola, allora l’incontro con il Regno di Dio sarà più facile e più gioioso. 

Fra Alessandro

Categorie : Maestranza, Riflessioni

Cari fratelli,

oggi 25 Novembre 2011, a due anni esatti dalla prematura scomparsa del nostro amato Giorgio, Principe di Seborga, voglio ricordarlo come Cavaliere e fratello in Cristo.

Giorgio I° Carbone sulla Piazza dei Cavalieri Bianchi davanti alla chiesa di San Martino

Il mio ricordo non è di quelli lunghi una vita. Il nostro incontro data meno di un decennio. E’ stato comunque un incontro profondo a livello personale e famigliare oltre che spirituale e storico. La professione di medico, l’essergli stato vivino nel periodo della diagnosi del morbo di Gehrig mi hanno concesso di conoscerlo nella sua  profondità.

Di lui ci resta oggi la sua guida, che percepiamo quotidianamente. Non riesco a parlare dell’Ordine o di Seborga senza vedermelo li davanti, in piazza,  a casa sua, in chiesa, per le strade del suo amato Principato. Di lui ci resta, tra le tante cose che ci ha insegnato privatamente, questa bella poesia/preghiera che credo ogni Cavaliere del V.O.S.S. debba conoscere e recitare spesso e che è un po’ il suo testamento spirituale: Si chiama “ Ai Cavalieri Bianchi ”di Seborga.

Quando saremo sopra le acque e gli uccelli voleranno sotto di noi
e le nubi che vi copriranno per noi saranno tappeti,
e la nostra voce più sarà un richiamo per voi, ricordate:
dovrete proseguire il percorso che vi è stato assegnato.
Noi vi saremo accanto.
E ci sarà qualcuno che vi raggiungerà
e la volontà dell’alto vi farà sapere
e con gli altri, dal di fuori, vi guideremo
perché così dovrà essere per Noi, per voi e per quelli che seguiranno.
Il fuoco non distruggerà i vostri accampamenti!
Siate previdenti e noi lo terremo lontano.
Le nostre lacrime lo spegneranno se voi saprete commuoverci con il vostro comportamento.
I cavalieri debbono combattere:
con il cuore,
colla fede,
con la volontà,
con il sacrifìcio.
L’onore che vi accompagna sarà lo scudo contro le avversità e il maligno.
E la gloria nella lotta sarà per voi ricompensa dei sacrifìci che un cavaliere è destinato a compiere,
finché il percorso gli permetterà di indossare il bianco mantello
che gli è stato e gli verrà posto sulle spalle.
Così come a noi è stato imposto di compiere.
Niente e nessuno può mutare gli eventi
che sono stati scritti nel tempo da chi del tempo è al di fuori e al di sopra.
E tutto si compia per espletare il compito cui siete destinati.

Giorgio, il Principe atipico, il Gran Priore burbero, a tratti lontano, inavvicinabile, in realtà ha saputo parlare ai nostri cuori attraverso la sua sofferenza. Ricordo quando mi diceva che per lui l’Ordine di Seborga era come un peso. Lui percepiva chiaramente come nel suo ” Castrum Sepulchri ” le forze del fossero spesso prese d’assedio da quelle del male.

San Martino 2006: Giorgio, Gran Priore dell’Ordine e Diego Priore di Santa Maria Immacolata in Rodello.

 Nella penombra della sua casa tutta pieni di libri, sulle sedie, sugli scaffali, per terra, mi aveva preannunciato che avrei dovuto lottare e soffrire per l’Ordine.

Ciò si è puntualmente avverato. Come mi aveva detto, le tenebre hanno cercato di oscurare la luce ma non sono riusciti che a produrre effetti negativi minimi e temporanei.

Mi diceva: ” Ricordati! Dovrai fare un po’ di pulizia nell’Ordine “. Alcuni vengono qui a Seborga per ” fare ” i cavalieri, per fini diversi ed ignoti. Dopo di me, diceva Giorgio, ci saranno momenti difficili qui a Seborga, l’Ordine dovrà soffrire parecchio.

Così è stato. La notte nera dell’Ordine è stata difficile da passare. Poi siamo riusciti a percepire il soffio della provvidenza che sopraggiungeva in nostro soccorso.

E’ bello vedere oggi come persone buone, caritatevoli, umili e grandi in spirito si stanno interessando alla nostra via.

Fra Diego

Ai Cavalieri Bianchi, esortazione di fra Giorgio.

Ai Cavalieri Bianchi, esortazione di fra Giorgio.

Illustre Gran Maestro: che cosa è che non va nel mondo di oggi?

Noi diciamo che la società non è più quella di una volta, che è cambiata, che il mondo è cambiato. In realtà non sono i fiori e nemmeno i sassi a cambiare ma è l’uomo. L’uomo che non vuole più ascoltare quanto da sempre saggi, santi e profeti hanno detto. Molti uomini cambiano attraverso l’uso di droghe, l’uso smodato del bere, del fumare, del sesso.

Un rito moderno che purtroppo viene praticato da molti giovani di oggi: l'iniezione di eroina ev.

Pare che ci sia da parte di alcuni la necessità di sostituire il modello di vita cristiana con un mondo popolato da zombie, vampiri e fantasmi. Un mondo di deresponsabilizzazione totale, di festa perenne, dove le persone non vogliono prendere impegni perchè ciò costa fatica. Essere una persona retta, onesta, morale è certamente richiede più rigore che andare a “briglia sciolta”.

Oggi ci si interroga solo sul senso di questa vita sfrenata quando un giovane muore ad un rave party o dopo un incidente automobilistico avvenuto all’alba al ritorno da una discoteca ma poi non si vogliono accettare le riflessioni conseguenti. La cultura del rispetto è un abominio; certe sottoculture portano alla distruzione ma quando si parla di conversione, di comportamenti etici, la gente ride. Spesso ci si trova dinanzi a famiglie che non esistono, che non sono presenti, che non educano.

Oggi pare prevalere l’uomo che non vuole prendere impegni, che non ha speranze per il domani e che allo stesso tempo non si chiede il perché di tutto ciò. La cristianità ci aveva indotto a guardare in alto, ed invece queste festività ci riportano dallo spirituale, dal nobile al materiale, alla terra, alla caducità;
I famosi “sepolcri imbiancati” non sono forse oggi quei giovani per i quali la cosa più importante è “apparire”? Non sono forse molti giovani “missonizzati” (non voglio certo colpevolizzare il noto stilista che non ne può nulla su questo) nell’abito cioè perfetti nelle loro esteriorità ma con un vuoto esistenziale dentro? Da tutto ciò ne ricavo che il mondo ha bisogno ancora di valori, di impegno, di moralità. Ecco allora il perché dei Cavalieri. Essere un cavaliere costa fatica. Essere onesto, umile, obbediente richiede un impegno. Essere uomini di fede richiede qualche sacrificio. Spesso però quando si va a dormire si è felici dentro.

Rave Party ovvero la cultura della musica a tutto volume, luci laser e stroboscopiche, uso di alcool e sostanze. Il tutto costituisce la miscela esplosiva di queste feste.