ALLOCUZIONE DEL MAESTRO GENERALE – 16 OTTOBRE 2010

ALLOCUZIONE DEL MAESTRO GENERALE – 16 OTTOBRE 2010

Cari Fratelli,

vorrei utilizzare questo pomeriggio in cui ci troviamo qui riuniti in questo castello per festeggiare l’ingresso nell’Ordine di Novizi, per esaminare con voi, alcuni aspetti spesso dimenticati dell’insegnamento di Cristo e fare alcune considerazioni sulla situazione odierna dei cristiani nel nostro paese.

Nella nostra tradizione religiosa sopravvive un certo modo di rappresentare la figura di Cristo, secondo la quale egli appare dipinto certamente come Maestro sì, ma a volte con comportamenti eccessivamente tolleranti, pacifisti. Oggi diremo “buonisti”.

Noi viviamo in un mondo dove imperversa la “new age”, dove per essere “in” bisogna essere pacifista, sapere accettare l’altro, in altre parole essere “ecumenici”, a prescindere di chi siano o cosa facciano gli altri. Il cristianesimo per alcuni è equivalente alla religione dei “figli dei fiori”, del “siamo tutti fratelli”, del “vulimmoce bbene!”. In realtà il termine “ecumenico” deriva dalla parola greca “oikouméne”, che indica sin dal principio la parte abitata della Terra. Successivamente, nel Concilio vaticano II, la parola è stata riferita a tutte le iniziative volte a promuovere l’unità dei cristiani.

Nel cattolicesimo si è fatta strada una visione che definiremo per l’appunto “buonista” secondo la quale tutti gli uomini, compresi i peggiori peccatori, assassini, criminali, stupratori, terroristi, essendo tutti creature di Dio, in fondo al cuore siano anch’essi buoni. Alcuni ritengono e sostengono la tesi secondo cui, alla fine, la misericordia di Dio salverà tutti.

Non per nulla ancora oggi alcuni identificano il cristianesimo come la religione di coloro che dovrebbero porgere l’altra guancia, di coloro che dovrebbero rispondere a soprusi ed angherie con l’amore ed il perdono; in ogni caso.

In realtà non è così. Cristo, il nostro grande maestro, parla e, come vero maestro, dice le cose che deve dire incurante della popolarità o meno del suo messaggio. Il messaggio di Gesù non si fonda su indici di ascolto o sondaggi demoscopici.

Gesù era conscio di correre molti rischi sul piano personale e ben sapeva che il proprio insegnamento non sarebbe stato gradito alla classe dirigente ebraica.

Ritengo che questa immagine, che spesso ci viene presentata, sia fuorviante. Ci siamo forse dimenticati delle parole riportate da Matteo : “Il figlio dell’uomo separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra”? (Mt 25:31-46).

Ritengo che una certa confusione sia derivata, nel tempo, dalla discrepanza tra l’aspetto esteriore dolce, pacato, sereno del Cristo, il suo modo rassicurante di porsi dinnanzi a chi lo ascoltava ed il contenuto del suo messaggio. Esaminando la sua elevata capacità di sopportare le ingiustizie, pensiamo solo per un attimo alle sofferenze della passione, in quel crescendo di dolore che lo accompagnerà fino all’estremo sacrificio della croce, alcuni cristiani hanno ritenuto che egli fosse uomo tollerante, accondiscendente, fino a rispondere sempre, obbligatoriamente, ad una offesa ricevuta con un atto di pietà per l’altro.

Matteo ci ricorda che nel Vangelo (Mt 23,13-22 e poi 23-26 ed anche 27-32), Gesù pronuncia almeno sei volte l’espressione “Guai a Voi”. “Guai a voi” non è una parola conciliante né tollerante. Si tratta di espressioni molto dure rivolte verso i capi religiosi dell’epoca.

Ricordo qui solo il primo passo dei sei riferiti da Matteo: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi”.

Gesù non correva dietro alle masse. Al contrario erano le masse a cercarlo ed a seguirlo. Gesù non cercava consensi né popolarità, né “piaciosità”, né potere, né gloria.

D’altra parte, Cristo, per ciò che affermava, per il modello di vita che proponeva, per i messaggi che lanciava, non poteva essere un “buonista”;  per quello che affermava, non poteva essere popolare, né amato dai più. Sicuramente non dalla classe dirigente.

Tuttavia, curiosamente le masse lo seguivano e lo veneravano; ci basti ricordare gli Osanna e l’accoglienza ricevuta a Gerusalemme nella Domenica delle Palme.

Gesù tuttavia era conscio che quella situazione di tripudio sarebbe mutata, a breve. Il calice amaro della sofferenza, della solitudine, dell’abbandono erano già lì.

Quanti avessero capito realmente l’impatto di quanto egli diceva con tono gentile ed in modo amorevole non ci è dato sapere. Certamente ritengo che, fino dai primi momenti, proprio per il suo modo di porgersi, amorevole, sussurrante, si sia ingenerata una certa confusione tra l’apparenza ed il contenuto del suo messaggio. Il suo insegnamento infatti non era per nulla “buonista” o accomodante. Al contrario si trattava di parole dirompenti.

Lo è stato per la società a lui contemporanea e per molti secoli a seguire. I suoi discorsi, le sue parole erano in realtà bordate micidiali. Per questo è stato condannato ed ucciso da coloro che ne avevano intuito una pericolosità religiosa prima ancora di quella sociale.

Anche se probabilmente pronunciate in modo pacato e sereno le sue parole erano rivoluzionarie, prevedevano infatti non un piccolo aggiustamento esistenziale, non una accomodatina, ma al contrario una conversione, un cambio di comportamento non minimale ma totale.

Prendiamo coscienza che il cristianesimo non è una religione di vuote parole né per vecchine o per bambini. Ci sono situazioni in cui Gesù ci ha insegnato a togliere dal nostro modo di essere  la scala dei grigi e, come sempre Matteo (5, 37) ci ricorda, dobbiamo imparare a dire “sì sì, no no; tutto il resto viene dal maligno”.

Se si analizza con attenzione l’eloquio del Maestro si noterà che esso è bruciante, tranciante, non prevede mezze misure. Quello di Gesù non è un Cristianesimo all’acqua di rose; non esiste il Cristo “Boy Scout” o “lupetto”.

Cristo ci fa conoscere il senso profondo dello sdegno. Gesù  almeno in alcune occasioni ce ne ha dato un esempio. Lo sdegno è un comportamento positivo, necessario, che si differenzia dalla collera, dall’odio, dalla rabbia. Questi ultimi infatti sono sentimenti negativi mentre lo sdegno è un sentimento positivo.

Ricordiamoci di un altro passaggio di Mt 10,35: «Io sono venuto a portare una spada che divide padre da figlio, madre da figlia, suocera da nuora…». Certamente si tratta di un linguaggio figurato, simbolico, anche se certamente significativo.

Ricordiamoci poi del passaggio in cui Giovanni (2: 13-25) ci ricorda l’azione veemente compiuta da Gesù nel cortile del Tempio; “Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».”

Dobbiamo riconoscere che la parola dei profeti, dei Santi, così come quella di Dio, è spesso, sconcertante, offensiva. Le loro parole non sono mai frutto di un compromesso o di un mercanteggiamento. La parola di Dio non è né di destra né di sinistra, né tollerante né ferrea, la parola di Dio “è”, punto e basta. Siamo noi, a seconda di un nostro personale schema mentale politico, morale, sociale a dare a volte letture distorte o di comodo.

Dobbiamo smetterla di trovare giustificazioni, scusanti, … anche di fronte al più efferato delitto si sente a volte dire “… ma poverino, anche lui è figlio di Dio, se solo si sapesse a quale grado di disperazione era giunto, forse …”.

Il buonismo è un vestito che al cristianesimo sta molto stretto.

Vi potreste chiedere, cari cavalieri, perché io oggi abbia deciso di affrontare questo tema. L’ho fatto per ricordare, prima di tutto a me stesso, che il nostro è un ordine cavalleresco militare e sovrano. Noi cavalieri sappiamo che amare Dio ed il nostro prossimo, non vuole dire essere tolleranti verso ogni forma di sopruso, di violenza, tanto più se rivolta a persone inermi, la cui unica colpa è quella di amare Dio. Se lo facessimo ci trasformeremmo in loro complici.

Il comportamento che Gesù richiede ai suoi discepoli è in fondo quello che noi riteniamo debba essere il comportamento del cavaliere. In una società come la nostra dove (secondo quanto affermato dall’allora card. J. Ratzinger) un numero valutabile sul 25% della popolazione frequenta le chiese e si accosta ai sacramenti, dove le vocazioni sono in calo, i matrimoni civili sono in forte crescita, così come i sostenitori dell’aborto e dell’eutanasia, dove le sette, le droghe stanno attirando i giovani, i cavalieri non sono anacronistici ma necessari.

Noi siamo tolleranti verso coloro che adorano un altro Dio, o per dirla meglio che adorano il solo Dio in altre forme e con altri nomi. Non possiamo tollerare però che il male dilaghi, che mini la nostra società, le nostre famiglie, i nostri valori.

Per concludere questa breve chiacchierata ricordo la risposta data da San Francesco al Sultano Malil-Al-Kamil, secondo quanto riportato da fra Illuminato il quale  accompagnava il santo in occasione della V Crociata.

Al Sultano che gli ricordava come Gesù fosse stato dipinto come uomo estremamente tollerante egli rispondeva:

“Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo. Altrove, infatti, è detto: “Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te. E, con questo, Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio. Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo giustizia quando vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla religione quanti uomini potete.

Se invece voi voleste conoscere, professare e adorare il Creatore e Redentore del mondo, vi amerebbero come se stessi!”.

Credo che queste parole di Francesco vadano ricordate più spesso ed anzi meditate.

NON NOBIS DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO, DA GLORIAM.

2018-01-09T12:13:42+01:00 16 Ottobre 2010|ARCHIVIO, COMUNICATI, VARIE|