Il Salmo 115 che tutti i Cavalieri conoscono bene e che inizia con: “Non Nobis Domine, Non Nobis Sed Nomini Tuo Da Gloriam” (Non a Noi o Signore, non a Noi ma al Tuo Nome da Gloria) fa parte degli Hallel della Tanakh (la Bibbia ebraica).
Gli Hallel sono canti di lode; si tratta di una raccolta di Salmi che vanno dal 113 al 118. Queste Lodi sono molto importanti e continuano ad essere recitate nelle importanti festività ebraiche quali Pesach (la Pasqua), Sukkot (la festa delle Capanne) e Shavuot (la festa che cade cinquanta giorni dopo sette settimane dalla Pasqua). In Ebraico il Salmo 115:1 inizia così”לֹ֤א לָ֥נוּ יְהוָ֗ה לֹ֫א לָ֥נוּ כִּֽי־לְ֭שִׁמְךָ תֵּ֣ן כָּב֑וֹד עַל־חַ֝סְדְּךָ֗ עַל־אֲמִתֶּֽךָ׃” (lō lānu YHWH lō lānu, kī lə-šimḵā tēn kāḇōḏ, ‘al-ḥasdəkā ‘al-’ămiṯṯeḵā). E vuole dire: “Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria, per la tua fedeltà, per la tua grazia”.
Con la traduzione della Vulgata il Samo 115 diventa Salmo 113;1. Questo Salmo, molto importante per gli Ebrei, venne poi adottato dai Cavalieri del Tempio per esternare la loro umiltà e la totale dedizione al Signore. I trionfi e le vittorie non vengono quindi attribuite ai singoli ma dipendono dal volere di Dio. Pertanto non dobbiamo pensare che la recita del Salmo 113,1 sia un canto come tanti altri. In effetti non si tratta di un canto … tanto per…; esso è una professione di fede. Dopo una battaglia vinta i cavalieri avranno certamente onorato e reso merito ai comandanti, a loro stessi, alle loro armi, al loro coraggio, alla loro disciplina ma soprattutto a colui che ha permesso che tutto ciò avvenisse e cioè Dio.
Non dobbiamo neppure pensare che questo Salmo fosse “proprietà” dei Templari. Nato nel mondo ebraico esso è diventato e continua ad essere un simbolo della spiritualità cristiana. Noi Cavalieri Bianchi di Seborga dobbiamo ricordare che si tratta di un grido di umiltà. Il Salmo 113,1 è un antidoto potente contro la superbia, una delle forme sempre attuali del Male.
Non possiamo dimenticare che in ogni vittoria, in ogni gioia, ma anche in ogni sconfitta si trova la gloria di Dio. Tutti noi sappiamo come nell’indole umana ci sia il desiderio di volersi attribuire tutti i meriti; quante volte abbiamo sentito dire: “io,… io, … “; ecco allora che il salmista ci viene in aiuto e ci dice che non è così. San Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi (1:31) aveva detto: “Chi si vanta, si vanti nel Signore.” In Filippesi 2, 8), a sostegno di questo concetto, ci ricorderà come Gesù Cristo “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce.”
Non possiamo dimenticare che è l’umiltà ad aprire l’anima a Dio. “Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili.” (Giacomo 4,6). La nostra vita, tutto ciò che siamo e che abbiamo è un dono, un dono di Dio. Ecco allora che diventa fondamentale rendersi conto che “Non spetta a me la gloria; essa spessa a Te.” Ricordiamoci di dire grazie per tutto ciò che abbiamo. “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.” (Matteo 24,35)
